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STRATEGIA DELLA TENSIONE: L’ITALIA AGLI AMERICANI

Il periodo che parte intorno al 1947 e arriva fino alla fine del 1991, conosciuto come “Guerra Fredda” determina le dinamiche non solo internazionali ma anche interne ai paesi, soprattutto quelli più coinvolti. L’Italia è una nazione che ha un ruolo chiave dapprima nello scontro tra fascismo e antifascismo e secondariamente nello scontro tra comunismo e anticomunismo. Il problema, è che quando la dittatura fascista è caduta molti personaggi ad essa legati non hanno subito le conseguenze che avrebbero dovuto. Piuttosto essi sono passati indolore dal regime alla Repubblica, sono inoltre stati ammaestrati dal nuovo stato italiano e soprattutto da chi su di esso premeva esercitando una grossa ingerenza. Mi riferisco chiaramente al predominio degli Stati Uniti che dallo sbarco in Sicilia del 9 luglio 1943 hanno assunto una posizione di organizzatori dall’alto della vita politica in Italia. Gli americani sfruttarono spesso e volentieri, negli anni a venire, gli ex militanti della dittatura e della Repubblica sociale italiana per sferrare attacchi mirati ai nemici comunisti e filosovietici. Molti fascisti, immediatamente dopo la caduta del regime, considerarono il fascismo una causa ancora viva, un’ideologia e un insieme di valori ancora pienamente adeguati al mondo attuale. E, di conseguenza, ritengono la sconfitta solo temporanea, non permanente, e la loro condizione di vinti non definitiva. Questo, considerando la collaborazione con i servizi segreti americani, ebbe l’effetto di creare una potente macchina da guerra incarnata da organizzazioni terroristiche. 

Seguendo la volontà dei più fanatici sostenitori del fascismo, varie organizzazioni cercarono di rovesciare il sistema democratico e repubblicano italiano con dei tentativi di colpo di stato, spesso coadiuvati dai servizi segreti americani e italiani e altri organi dello Stato. Da qui nasce la cosiddetta “Strategia della tensione”, un tentativo da parte delle organizzazioni neofasciste di creare, nella società italiana, confusione, paura, odio e instabilità. Tra gli obiettivi della strategia, che vedeva coinvolti importanti apparati dello Stato italiano tra cui i servizi segreti, c’era anche quello di allontanare il Partito Comunista italiano dall’area di governo, essendo l’Italia parte di un’alleanza stretta con gli Stati Uniti, era necessario per gli ambienti governativi italiani evitare di innervosire il prezioso alleato americano.

La stagione del terrorismo in Italia ha inizio con ventidue attentati dinamitardi commessi in varie località del centro-nord fra il 15 aprile (attentato allo studio del rettore dell’università di Padova Enrico Opocher) e il 12 dicembre 1969 (alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano). L’attentato di piazza Fontana a Milano, il più grave tra quelli del 1969, scagliò prepotentemente la forza stragista dell’eversione di destra direttamente contro la popolazione italiana, minacciandone la libertà e la serenità collettiva. Il magistrato Guido Salvini racconta così, quel piovoso venerdì di dicembre: «è il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Gli uomini attraversano la piazza. Camminano ognuno per conto proprio, come se non si conoscessero, si sfiorassero per caso. Gli uomini avanzano sparsi ma in contatto visivo tra loro. Sono molto giovani; nessuno raggiunge i trent’anni. Sono vestiti con sobrietà, come qualsiasi impiegato milanese in quegli anni. Eppure non sono impiegati, e neppure milanesi. Tre di loro, se parlassero, avrebbero un marcato accento veneto. Ma non parlano, guardano dritto, si limitano a controllare gli altri con la coda dell’occhio. Davanti alla banca è posteggiato un camion: ha il cassone coperto da un telone ed è targato a Roma. È lì fermo, li sta aspettando. Uno degli uomini lo raggiunge e si sporge nell’abitacolo. Afferra qualcosa, poi si volta ed entra in banca. Un secondo lo segue, gli altri restano di vedetta. Oltre le vetrate dell’istituto s’intravede una piccola folla. Dentro quell’edificio grigio su cui spicca a lettere luminose la grande scritta BANCA NAZIONALE DELL’AGRICOLTURA ci sono forse un centinaio di persone. Per tradizione il venerdì il salone centrale resta aperto oltre il solito orario per consentire le contrattazioni del mercato agricolo e del bestiame tra proprietari e fittavoli di cascine, commercianti di mangimi e di macchine agricole che vengono dalla bassa padana o dal lodigiano. Hanno i volti segnati dal lavoro all’aperto, siglano gli ultimi accordi con forti strette di mano. C’è brusio e fumo di sigaretta. Nessuno si accorge di cosa sta succedendo. Fuori, il camion ingrana la prima e si avvia verso largo dei Bersaglieri. Gli uomini sgombrano la piazza. Alcuni di loro si allontanano a piedi, altri salgono su un’auto posteggiata lungo il marciapiede. C’è qualcuno al volante, il motore è già acceso. Una cinepresa, celata esattamente di fronte alla banca, filma tutta la scena. Poi, in piazza Fontana, è il tuono, il maremoto, l’inferno. Sono le 16:37 e alla Banca nazionale dell’agricoltura qualcosa sotto il grande tavolo centrale esplode, scaglia in aria come una marionetta chi vi è seduto, nel pavimento scava un cratere. Si sgretolano tutte le vetrate del salone a cupola, alto una quindicina di metri. Pezzi di lastre di marmo, sedie, frammenti di mobile diventano proiettili che colpiscono le persone scaraventate a terra dallo spostamento d’aria. Anche l’atrio della banca e il marciapiede sulla piazza sono tinti di rosso».

La sera del 12 dicembre l’Ufficio politico della questura di Milano fermò Giuseppe Pinelli, anarchico dei gruppi milanesi. Venne trattenuto illegalmente per quasi tre giorni; successivamente, alla mezzanotte del 15 dicembre Pinelli si sfracellò al suolo precipitando da una finestra del quarto piano, quella dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi. L’accaduto venne fatto passare per un suicidio, anche se ancora oggi si nutrono molti dubbi sulla realtà di questa versione: la stessa sera parlò il questore Marcello Guida affermando che Pinelli si trovava in una posizione compromessa e che il suo era stato un gesto disperato. È particolare come, assediato dai cronisti, il questore Guida esplose: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi!”. Fu proprio il commissario Calabresi che venne individuato come presunto colpevole. Egli venne ucciso il 17 maggio 1972 davanti alla propria abitazione per mano di un commando di due uomini con alcuni colpi di arma da fuoco. Gli anarchici vennero arrestati dalla magistratura della capitale sulla base di prove che non si rivelarono affatto univoche e incontestabili, al contrario di quelle raccolte dalla magistratura di Treviso a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura e Marco Pozzan, militanti veneti dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo. 

Fu Pino Rauti, nel 1956, a fondare il Centro Studi Ordine Nuovo; l’associazione politico-cultura di estrema destra che dette vita all’organizzazione Ordine Nuovo nel dicembre del 69’, in seguito alla scissione da parte di alcuni militanti guidati da Clemente Graziani, contrari al rientro dell’associazione insieme al fondatore Rauti nei ranghi del Movimento Sociale Italiano. Rauti venne successivamente incriminato per gli attentati del 1969, ma scarcerato dopo pochi giorni. La virata decisiva verso la “pista nera” venne dalla testimonianza di Guido Lorenzon, insegnante di francese, trevigiano e democristiano, che al pm Pietro Calogero raccontò delle confidenze dell’amico Giovanni Ventura, il quale aveva menzionato la sua appartenenza a un’organizzazione paramilitare ricalcante il programma della Repubblica di Salò, che si proponeva di abbattere lo stato mediante un piano di attentati in collegamento e con la copertura dei servizi segreti. A proposito del primo significativo episodio di quella strategia che si sarebbe protratta per tutti gli anni 70’, la strage di Piazza Fontana e tutti gli attentati del 1969, ci sono documenti e fonti testimoniali con fondato valore probatorio, che consentono di affermare che le indagini sulla pista nera furono gravemente danneggiate e ostacolate da ufficiali e funzionari degli apparati di sicurezza dello stato. Le illegalità furono varie, tra le più significative si ricordano: le condotte ostruzionistiche della polizia di Stato, che impedirono alla magistratura di Treviso di intercettare le compromettenti dichiarazioni di Ventura a Lorenzon in merito alla propria complicità negli attentati sui treni, e alla magistratura milanese di individuare la persona che ha comprato la bomba rimasta inesplosa alla Banca commerciale italiana di Milano. Queste condotte furono ispirate dalle scelte dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’interno, il quale ha sempre cercato di manipolare le indagini al fine di allontanare gli uffici dipendenti dal perseguire una “inesistente” pista nera e proseguire sulla via che portava agli anarchici del circolo 22 marzo. 

Seguirono, negli anni successivi, una serie di attentati: fu di nuovo Milano teatro di un attacco terroristico: il 17 maggio 1973, in via Fatebenefratelli, nei pressi della questura milanese. A un anno dalla morte del commissario Calabresi, durante l’inaugurazione di un busto commemorativo in sua memoria, il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, getta una bomba “ananas” di fabbricazione israeliana, uccidendo quattro persone e ferendone quarantacinque. Affermò che avrebbe voluto colpire l’allora presidente del Consiglio Mariano Rumor, al fine di vendicare Pinelli, morto nei giorni seguenti gli eventi di piazza Fontana. Chiaramente Bertoli fu manipolato al fine di inscenare una sua appartenenza ad ambienti anarchici e distogliere l’attenzione degli inquirenti da quello che era in realtà il mandante dell’operazione: era stato addestrato e armato dagli stessi ordinovisti veneti ai quali è riconducibile l’organizzazione della strage di piazza Fontana e gli attentati del 1969. Durante le indagini si scoprì che Bertoli fu, tra il 1966 ed il 1971, informatore del SIFAR prima e agente infiltrato agli ordini del SID poi, oltre che iscritto anche al PCI. Occorre soffermarsi sulla complicità e ingerenza americana in quegli anni, che si manifestò con diverse forme e non solo in Italia, bensì in tanti Stati “sovrani” del mondo. 

Gli interrogati, durante i processi seguenti le varie stragi, si riferivano a un’organizzazione segreta operante a livello sovranazionale e concepita per combattere il comunismo. I servizi segreti italiani e americani, a partire dal 1948 circa, lavorarono costantemente per questo scopo. Le organizzazioni neofasciste hanno dunque avuto una spinta internazionale che suggeriva di agire, forniva le abilità e la materia prima per farlo e trovava nella motivazione fascista dei nazionalisti italiani un appiglio per spingerli all’azione. Gli Stati Uniti favorirono la creazione e sostennero l’esistenza di reti di gruppi eversivi capaci di sfruttare le tecniche imparate negli ambienti dedicati alla divulgazione di esse. Si costituirono così, a partire dal 1952, numerose Stay-behind nets (strutture di difesa arretrata), oltre che in Inghilterra e Francia, in Danimarca, Olanda, Norvegia, Belgio, Lussemburgo, Grecia e Turchia, coordinate da un organismo denominato Clandestine Planning Committee (Comitato per la pianificazione di operazioni clandestine) appositamente creato da una direttiva del generale americano Dwight Eisenhower, comandante supremo delle forze NATO in Europa, e composto da elementi dei servizi segreti di Stati Uniti, Inghilterra, Francia. Nel 1959 entrò anche l’Italia, sancendo la fine di un percorso che portò alla nascita nel nostro paese di una rete Stay-behind denominata Gladio; essa nacque nell’ambito di un processo che si era sviluppato attraverso alcuni passaggi intercorsi con i Servizi segreti americani. I principali passaggi furono l’accordo segreto del 1952 diretto alla costituzione della base logistica Gladio, effettuato tra SIFAR (il servizio segreto militare italiano) e la CIA. Questo portò alla costituzione di un centro di addestramento per i militanti di Gladio, denominato CAG (Centro addestramento guastatori) nell’area di capo Marrargiu, in Sardegna vicino ad Alghero. 

Nel 1974 in Portogallo venne fatta una scoperta importante; i militari che rovesciarono il regime di Salazar trovarono una base logistica che credettero appartenere alla polizia politica della dittatura. In realtà, l’archivio è di un’agenzia di stampa, che le è però in qualche modo collegata, l’Aginter Press. Nell’archivio vengono trovati materiali e microfilm riguardanti le attività svolte in molti Paesi dall’agenzia, insieme a un’officina per la produzione di documenti falsi con tanto di visti e timbri. È subito chiaro che non si tratta solo di una struttura di intelligence legata a servizi segreti occidentali, fra cui la CIA, ma anche di un centro di reclutamento e addestramento per attentati e sabotaggi secondo i dettami della dottrina della guerra non ortodossa al comunismo. Mentre veniva delineato in ambito NATO il sistema di difesa del comunismo appena descritto, facente riferimento a un’agenzia operativa nel cuore dell’Europa che potesse gestire la difesa arretrata dei Paesi dell’Occidente da possibili attacchi comunisti, i politici americani riflettevano sul fatto che tale sistema potesse non essere sufficiente. In paesi come l’Italia e la Francia, dove la forza ideologica del comunismo era particolarmente elevata, occorreva aumentare le forze di difesa. Bisognava organizzare, accanto alle strutture Stay-behind, distinte strutture che, in via preventiva e all’interno dei singoli Stati, potessero permanentemente contrastare la forza espansiva del comunismo facendo ricorso, oltre che a misure economiche e politiche, a misure aventi “implicazioni di carattere militare”, come azioni di guerriglia, sovversione e altre operazioni coperte, in gran parte contemplate, nelle direttive del supremo organismo di sicurezza e di politica estera statunitense, il National Security Council. Il piano che fu proposto è contenuto infatti in un memorandum top secret del 14 maggio 1952 del Comando degli Stati maggiori riuniti (Joint Chiefs of Staff) degli Stati Uniti, organo facente parte del National Security Council, al quale diffuse le disposizioni di attuazione delle direttive assunte con il concorso degli altri membri di diritto, tra cui il presidente, il vicepresidente, il Segretario di Stato, il responsabile della CIA. Questo piano prevedeva un’offensiva permanente anticomunista chiamato in codice Demagnetize, il cui obiettivo, di “assoluta priorità” (top priority objective), era la “riduzione della forza del Partito comunista in Francia e in Italia da perseguire con ogni mezzo”. Il ruolo degli Stati Uniti e dei loro servizi di intelligence è dunque una questione si primaria ma anche molto delicata. Sicuramente l’influenza è stata determinante ed è innegabile, da numerose testimonianze risulta che vari ordinovisti ebbero contatti con la CIA. Carlo Digilio, che fu un informatore dell’intelligence americana dal 1967 al 1978, negli interrogatori ha fatto numerosi riferimenti agli incontri organizzati da estremisti di destra a cui parteciparono anche militari americani. Gli ordinovisti riferivano ai servizi segreti dell’esercito americano (come il Counter Intelligence Corps) ciò che avveniva nel loro ambiente; ricevettero da essi un regolare stipendio e vennero addestrati nelle caserme della NATO in Italia. Inoltre vi furono varie riunioni con ufficiali italiani e americani, anche in prossimità degli attentati terroristici. Scopo delle riunioni, come scrisse la Corte d’assise d’appello di Milano, fu proprio «la tessitura di trame eversive nella comune ottica anticomunista». Insomma, in Italia operarono diverse agenzie di intelligence americane ed è difficile distinguere le responsabilità, anche perché ebbero orientamenti non sempre convergenti su come intervenire per fermare i comunisti. Di certo, è comunque emerso che gli americani sapevano tutto quello che bolliva nel mondo neofascista e che gli fornirono aiuto e materiali. 

Vorrei concludere con una breve considerazione: sicuramente il comunismo, applicato in Urss e successivamente in altri paesi, è stato tanto brutale e negativo quanto lo sono stati il fascismo e il nazismo. Ma il Partito Comunista Italiano, non ha mai inteso perseguire quelle logiche, si è inserito piuttosto in quelle democratiche ed è stato, fino alla fine della cosiddetta “Prima Repubblica” negli anni 90’, uno dei partiti principali in Italia. Certo, non sono state solo organizzazioni di estrema destra a eseguire attentati ed a uccidere persone, ci sono stati movimenti di estrema sinistra altrettanto sanguinari dei quali si ricorda in particolare il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse. Tutto ciò può essere materia di altri articoli, ma quello che interessa in questo è il ruolo degli Stati Uniti, che hanno utilizzato la propaganda anticomunista per altri scopi, come del resto facevano nell’800’ con la religione. La vocazione espansionistica degli Stati Uniti fu costantemente accompagnata da suggestioni religiose; è la cosiddetta teopolitica americana, di cui una delle affermazioni più famose è quella del giornalista John O’Sullivan, che nel 1845 dichiarò: “è nostro destino manifesto espanderci sull’intero continente assegnatoci dalla Provvidenza per il libero sviluppo dei milioni che si moltiplicano ogni anno”. Per quanto riguarda il comunismo è stata usata la stessa tattica. Giustificare di fronte all’opinione pubblica certe azioni è facile quando questa è ignorante, nel senso che ignora, la realtà dei fatti. Stalin fu propugnatore del “socialismo in un solo paese”, idea diametralmente opposta all’internazionalismo di Lenin che, tuttavia, alla nascita della Repubblica italiana era morto da più di vent’anni.

Bibliografia:

-Fumian Carlo e Ventrone Angelo (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa: storici e magistrati a confronto, Padova, Padova University Press, 2018. 

-Salvini Guido, La maledizione di piazza Fontana: l’indagine interrotta. I testimoni dimenticati. La guerra tra i magistrati, Milano, Chiarelettere editore srl, 2019.

-Ventrone Angelo, La strategia della paura, eversione e stragismo nell’Italia del Novecento, Milano, Mondadori, 2019.

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