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PER CONTINUARE (E RIBALTARE) IL DISCORSO SULLE PAROLE FERME

Nella nota intitolata Le parole che non sanno più star ferme apparsa recentemente qui su Ātman, Ubaldo Stecconi ha argomentato che l’avvento della lettura su schermo e l’utilizzo di vari sistemi digitali ha sconvolto la pratica della lettura rendendola un esercizio diverso dalla tradizionale lettura delle parole scritte e stampate. Qualcuno ha studiato il fenomeno trovando una differenza tra la parola scritta su carta e quella letta su di uno schermo arrivando a considerare la prima più definitiva, più intensa. Questa mia nota critica parte da un presupposto diverso.
Francamente non credo che la parola elettronica e fuggevole sia meno “impressionante”.

Le conquiste tecnologiche per loro stessa natura nascono per migliorare la vita delle persone, anche se qualche volta da queste vengono utilizzate malamente, eccessivamente, pericolosamente, in modo devastante e perfino suicida. Questo vale anche per la lettura sugli schermi digitali, che – al di là dei problemi evidenziati da Ubaldo – è certamente più agile, immediata, potente, universale, fruibile, espandibile e collegabile. La comunicazione, dall’invenzione del linguaggio prima e dalla trasmissione dello stesso attraverso la grafia da qualche migliaio di anni, ha decisamente migliorato la comprensione della realtà, le relazioni, il sapere e l’evoluzione stessa dell’umanità. La scrittura su vari supporti fino all’adozione definitiva della carta ha avuto per molti secoli un’importanza assoluta e un primato mai messo in discussione. In questo senso, c’è continuità fra le parole scritte e stampate e le parole che da pochi decenni si materializzano sullo schermo.

La parola è evocazione di un concetto, non è sostanza essa stessa e non credo che un concetto espresso su una lapide sia più memorizzabile di quello scritto su una tavoletta di cera, o una pergamena, rispetto alla carta. Temo che si tratti di un atteggiamento feticista; un legame con l’oggetto libro, un ricordo di fruizione che riguardi in particolare le generazioni che hanno iniziato il loro percorso conoscitivo attraverso gli strumenti libro, rivista, giornale. Per molto tempo l’umanità è stata portata a scambiare il contenuto con il contenitore o comunque a pensarli definitivamente legati. Non ci poteva essere conoscenza o piacere se non attraverso una pubblicazione o un disco o una fotografia stampata perché questi erano i medium con cui si poteva accedere a un testo, a una musica o a una immagine. Una stessa evoluzione – su di un piano parallelo di conoscenza e piacere – si può ritrovare nella partecipazione a uno spettacolo teatrale, cinematografico e televisivo, dove la necessità del mezzo è stata superata e si va a teatro, al cinema o comodamente seduti davanti a uno schermo per scelta e non perché è l’unico modo per conoscere altri mondi, godere di invenzioni e fantasie.

È interessante considerare a questo proposito il riverbero di un Eco di nome Umberto che solo in minima parte ha frequentato la nuova tecnologia e che in una Bustina di Minerva del 1994 sosteneva che “i libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Son fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancor letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale. Provate a leggervi tutta la Divina Commedia, anche solo un’ora al giorno, su un computer, e poi mi fate sapere” (cf. Umberto Eco. La bustina di Minerva. Milano, Bompiani, 2000).

E poi però, in un’intervista a Famiglia Cristiana del 2012, riconosceva che attraverso la sua Storia della Civiltà Europea in 75 ebook pubblicato da Encyclomedia sarebbe stato possibile “chiarire se ci troviamo nel medesimo periodo storico o no, perché consente di muoversi non solo nel tempo, ma anche nello spazio, attraversando tutte le discipline. Giocando con le cronologie possiamo chiederci se Immanuel Kant abbia mai incontrato Napoleone, e capire se un certo personaggio era contemporaneo di una scoperta scientifica o di un dato evento politico può riservarci grandi sorprese. Si può far navigare con pochi movimenti delle dita nel tempo e nello spazio per cortocircuiti istantanei. Se, leggendo una scheda su uno scienziato, si vuole sapere in quale ambiente artistico vivesse, o quali altri scienziati conoscesse, da quella scheda partirà un invisibile filo rosso attraverso migliaia di altre schede. In questa navigazione si possono incontrare saggi approfonditi corredati da opere d’arte, suoni, video. E anche chi non ha un preciso progetto di ricerca potrà navigare come se giocasse…”

Credo che per valutare appieno il passaggio bisognerà ascoltare come le nuove generazioni che affidano il loro percorso conoscitivo ai dispositivi digitali parlano di sé stesse senza l’influenza inevitabilmente passatista di chi si è trovato in bilico sulla rivoluzione digitale appoggiandosi ancora al legno della precedente. Ho raccolto le parole di due ragazzi. Il primo, di 25 anni d’età, afferma di non leggere mai in digitale, perché un libro lo puoi annusare e toccare. La controparte digitale, per lui, per sua natura sbriga in modo più semplice pratiche come lo studio. Chi legge veramente per piacere e per conoscenza, conclude, non potrà mai preferire il digitale. Il secondo ragazzo, di poco più giovane, introduce una prospettiva storica al discorso. Dice che si rispecchia sia nel primo discorso di Eco a difesa dei libri sia nel secondo a difesa della tecnologia e aggiunge che la civiltà umana seguirà come ogni organismo un ciclo di evoluzione e morte e non una linea retta di progresso verso l’infinito. Non è chiaro quanto ci vorrà; potremmo essere agli stadi iniziali, all’apice o già in fase degenerativa. O forse – e qui la sua risposta supera la logica dicotomica che solitamente domina questi discorsi – stiamo vivendo tutte le tre fasi insieme.

Dunque, volendo concludere con un’azzardata (ma non poi così tanto) previsione, si può dire che in un prossimo futuro la carta sarà completamente decaduta – anche perché, per sua natura, è fragile e corruttibile dagli agenti atmosferici e climatici – e che altre forme di supporto oltre a quella digitale saranno accessibili, magari in ologramma o per induzione chimica, per osmosi o chissà come e il libro sarà un meraviglioso, affascinante reperto a cui qualcuno si dedicherà con passione proustiana.

Ad maiora, dunque. Ma in fondo ci siamo già!

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AUTORE

Luca Damiani, nato a Firenze nel 1956, vive a Roma dove è autore e conduttore di trasmissioni in RAI dal 1978. Laureato in architettura nel 1982, iscritto a Lettere l’anno seguente segue i corsi di Storia della musica del prof. Mario Fabbri e quelli di fonologia presso il conservatorio Luigi Cherubini di Firenze del Maestro Albert Mayr. Dal 1980 è giornalista pubblicista e lavora presso varie testate musicali. Inizia la collaborazione in RAI con il Notturno Italiano in qualità di autore e presentatore, attività che prosegue su altre reti – Radio 1, Radio 3, Stereonotte, Isoradio – anche come regista fino al 2000, anno in cui inizia la collaborazione con Radio 3 nei programmi “Due sul tre”, “Improvvisazioni a due voci”, “Grammelot”, “Fahrenheit”,  “Il Terzo Anello”, “Alza il volume”, “L’Idealista” e “Sei gradi”. Dal 1985 al 2000 ha lavorato come presentatore e autore in televisione iniziando da RAI 3, con “Concertone”, proseguendo, anche in questo caso su tutte le reti televisive, in programmi specifici come “Rock, Pop Jazz” e di varietà come “L’Italia s’è desta” con Michele Mirabella e “Ricomincio da 2” con Raffaella Carrà, oltre a “Arriva la banda” di Lio Beghin su Telemontecarlo. Esordisce con un romanzo Guardati a vita, edito da Marsilio, con il quale vince il premio Grinzane Cavour, opera prima a cui faranno seguito altri due titoli presso lo stesso editore e con Castelvecchi pubblica Bufale, breve storia delle beffe mediatiche da Orson Wells a Luther Blisset.

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