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LE PAROLE CHE NON SANNO PIÙ STAR FERME

Non ci fidiamo più di quello che vediamo, ascoltiamo e – soprattutto – leggiamo. Questo fenomeno è un veleno che sta intossicando poco a poco la vita personale, sociale e politica di tutti noi. La democrazia non funziona più se i cittadini perdono fiducia nelle parole dei rappresentanti politici e delle istituzioni dello Stato. Il dibattito pubblico s’inceppa e si blocca se non diamo più credito ai ‘redattori’ della democrazia, come gli intellettuali, i media e gli organismi indipendenti. La crisi di fiducia s’insinua persino nella vita quotidiana. Qualche anno fa, nessuno si sarebbe sognato, di ritorno da una visita medica, di verificare se la diagnosi e le medicine prescritte dal dottore erano giuste. Eppure oggi un controllino su internet è abbastanza comune, quasi irresistibile. Insomma, non ci fidiamo più della parola di nessuno.

L’analisi e i termini che avete appena letto sono di Miguel Maduro, un accademico e giurista di cui vi assicuro ci possiamo fidare, se non altro perché presiede il consiglio esecutivo dell’European Digital Media Observatory (trovate una breve sintesi del suo pensiero su questi temi qui, a partire da 1:56:21). Il discorso di Maduro è assai più ampio del breve intervento che si trova dall’altra parte del link e indica molteplici ragioni per la situazione descritta sopra. Una che trovo particolarmente azzeccata la possiamo chiamare ‘delirio tracotante’. L’accesso a una quantità sterminata di dati, sostiene Maduro, produce in molti di noi il convincimento che non vi sia differenza fra informazione e conoscenza. Ecco perché ci sentiamo titolati a mettere in discussione quello che dice il dottore.

Lascio ora a malincuore le tesi di Maduro che ci hanno permesso di inquadrare con precisione la questione per il resto del percorso. Ci troviamo quindi di fronte a una crisi di fiducia generalizzata. Questa mia nota vuole avanzare l’ipotesi che una delle sue cause è legata al supporto materiale sul quale ci arriva la maggior parte delle informazioni che riceviamo quotidianamente – lo schermo. Per la precisione, dipende dal fatto che la tecnologia dello schermo riscrive le regole che le parole scritte e stampate hanno sempre rispettato incontrando i lettori.

Vedremo più avanti in che modo la parola digitale riscrive le regole del gioco. Ora occorre aggiungere tre glosse in gran fretta. La prima è che, ovviamente, lo schermo digitale non serve solamente per leggere, anzi lo usiamo sempre di più per guardare immagini fisse e in movimento. Ma siccome il tema di questa nota è il confronto fra parole stampate e digitali, conviene concentrarsi su questa azione. 

La seconda glossa è che certi sviluppi tecnologici recenti ci inducono a dubitare della verità non solo delle parole ma anche dei segni di altro tipo. Tutti possiamo manipolare o creare di sana pianta immagini fisse e in movimento con grande facilità. L’immagine qui sotto, ad esempio, è stata prodotta da un sistema di intelligenza artificiale seguendo il soggetto e lo stile di un celebre dipinto di Van Gogh. 

Infine, terza glossa, non dimentichiamoci che le cose possono cambiare senza preavviso. Magari fra un po’ di tempo gli schermi verranno affiancati o rimpiazzati da visori per la realtà virtuale e da impianti neurali. Ma per ora le cose stanno così.

Fatta chiarezza su questi punti, possiamo riprendere il discorso. Lo schermo è il supporto che ci dà accesso alla scrittura digitale. Leggere queste parole o quelle stampate sulla carta è la stessa cosa oppure ci sono delle differenze? Uno studio della fondazione Luigi Einaudi presentato a luglio 2023 risponde a questa domanda (Il valore imprescindibile di carta e penna nei processi di apprendimento). Lo studio sostiene che passare troppo tempo allo schermo non sia esattamente una buona idea. La pratica viene collegata alla «crescente e diffusa incapacità di comprensione dei testi, [a]l deficit di empatia e [al]la difficoltà nel distinguere i fatti dalle opinioni» (Carta e Penna, p. 5). I ricercatori della fondazione Einaudi non parlano a vanvera. Ciascuno di questi effetti è corroborato da pubblicazioni scientifiche più o meno recenti. La Stavanger Declaration, per esempio, parla generalmente di un «effetto di inferiorità dello schermo» (Carta e Penna, p. 13).

Altri effetti di ordine sociale e politico sono altrettanto seri. Alcune ricerche riportate dallo studio stabiliscono che usare regolarmente lo schermo per leggere contribuisce al «declino del senso di empatia», aggiungendo che «hate speech e fenomeni sempre più inquietanti di bullismo, alimentati anche dal sistema degli algoritmi che facilitano la formazione di camere dell’eco e che spingono alla radicalizzazione dei propri convincimenti, sono gli epifenomeni di questa grave emorragia di competenze e che ha un costo sociale insostenibile» (Carta e Penna, p. 27).

Occorre sottolineare il termine ‘epifenomeni’. A rigor di logica, queste distorsioni sociali, di cui ho scritto anch’io su Ātman nel ciclo “Compagna dell’impero” (prima, seconda e terza parte), non dipendono in modo essenziale dal fatto che passiamo sempre meno tempo sulle pagine stampate e sempre più tempo davanti allo schermo. Se, per esempio, il tempo per lo schermo non diminuisse ma potessimo correggere gli algoritmi dei giganti digitali, le cose andrebbero già meglio. Tuttavia la migrazione di massa delle parole dalla pagina allo schermo ha preparato il terreno per le erbacce che rischiano di soffocare la casa dei segni nella quale tutti viviamo.

Per capire l’effetto che lo schermo digitale produce sulle parole e sulla lettura ci dobbiamo rivolgere a Walter Ong e al suo Orality and Literacy: The Technologizing of the Word (Routledge, London and New York. 1982. Edizione italiana: Oralità e scrittura: Le tecnologie della parola. Il Mulino, Bologna. 2014). In questo saggio classico, Ong sostiene che l’invenzione della scrittura e della stampa ha riorganizzato la coscienza della nostra specie. Nel corso del tempo, queste tecnologie ci hanno gradualmente portato da una modalità di pensiero e di espressione dominata dal senso dell’udito a una modalità diversa, dominata dal senso della vista. La stampa più della scrittura ha consentito agli esseri umani di osservare la rappresentazione del proprio pensiero come si guarda una cosa che fa parte del mondo esterno e ciò ha sviluppato, fra molti altri effetti, il pensiero astratto e analitico e la precisione tipica del discorso scientifico e accademico. «Explanatory examination of phenomena or of stated truths is impossible without writing and reading» (Ong 1982: 8-9).

Quando Ong pubblicò queste formidabili intuizioni, il primo PC dell’IBM aveva un anno di vita e un diffuso sistema di scrittura era il Lanier modello 103 rappresentato nell’immagine.

In questi quarant’a anni, lo sviluppo della tecnologia, l’imporsi dei giganti digitali e l’uso che abbiamo fatto dei loro prodotti hanno mescolato i termini del discorso su oralità e scrittura come si fa con le carte da gioco alla fine della partita. Il problema è che la partita digitale attualmente in corso sta corrodendo dall’interno le strutture di pensiero che, grazie alla scrittura, si sono formate nella mente umana nel corso di sessanta secoli.

Abbiamo visto sopra che le parole scritte e stampate seguono certe regole quando incontrano i lettori. A mio avviso, una delle regole fondamentali è riassunta in questa frase: “All script represents words as in some way things, quiescent objects, immobile marks for assimilation by vision” (Ong 1982: 91). La fissità delle parole scritte è una di quelle regole che definiscono il gioco, analogamente a quella che dice che a tresette devi giocare una carta dello stesso seme. Se non rispetti quella regola, non è più tresette. La parola scritta, soprattutto quella stampata, è fissa e definitiva. È questa la regola a cui siamo abituati quando leggiamo ed è questo il gioco che ci aspettiamo.

Le parole digitali che ci appaiono dallo schermo sovvertono questa regola di fondo perché, in linea di principio, possono sempre essere spostate, modificate o cancellate con facilità. Sono sempre sul punto di svanire. Certo, sono molti e ingegnosi i tentativi di immobilizzare e rendere definitivi i fuggevoli bit che animano i nostri dispositivi – filigrana digitale, collegamenti permanenti, blockchain e altro – ma sono di efficacia variabile e parziale. Per non parlare della fragilità del mondo digitale stesso. Una tempesta solare di potenza sufficiente cancellerebbe tutti i dati dagli archivi ma lascerebbe i libri e i giornali indisturbati (fonte). Insomma, la stessa tecnologia che riempie lo schermo di parole, le condanna a un destino di precarietà.

Questa è una violazione molto grave delle regole tradizionali della scrittura, non deve sorprendere quindi che abbia conseguenze altrettanto gravi sul rapporto che le parole digitali instaurano con il lettore. In apparenza, le parole digitali si presentano sullo schermo così come le parole stampate si presentano sulla carta: ben allineate una dietro l’altra e disposte ordinatamente nello spazio. Spesso, anche in virtù di questa superficiale somiglianza, promettono al lettore di avere la stessa natura profonda delle parole stampate, ovvero di essere rappresentazioni fisse e in stato di quiete alle quali possiamo tornare in futuro ogni volta che vogliamo. Ma abbiamo visto che questa è una promessa che la scrittura digitale non può mantenere. La precarietà produce inaffidabilità.

L’inaffidabilità delle parole digitali assume diverse forme. A volte è un effetto dell’algoritmo, come i messaggi di Twitter che è molto difficile ritrovare già pochi minuti dopo averli visti per la prima volta. In altri casi, l’evanescenza diventa una caratteristica propria del prodotto, come le foto di Snapchat che svaniscono dopo non più di 10 secondi. Quest’ultima soluzione ha il vantaggio di essere intelligente e onesta, perché dice la verità sull’incostanza dei segni digitali e non ci fa nessuna promessa da marinaio.

Queste sono situazioni speciali. Nella maggior parte dei casi, almeno nella mia esperienza di utente, le cose vanno diversamente. Gli schermi traboccano di tentativi di mitigare, minimizzare e spazzare sotto il tappeto la precarietà e l’inaffidabilità delle parole che vi troviamo. A volte affermano direttamente il contrario – ovvero ci mentono.

Pensiamo alla compagnia aerea che aumenta il prezzo del volo se torni sul suo sito di prenotazioni una seconda volta e che mostra solo due posti liberi – affrettati ad acquistare! – mentre all’amico che sta prenotando lo stesso volo dalla stanza accanto dice che ne restano dieci. Queste schermate violano nascostamente le regole della scrittura. Quelle che sembrano due copie identiche, come sono sempre le copie di un libro che esce dalla tipografia, sono invece prodotti diversi di un algoritmo che gira senza sosta.

Il collegamento salvato fra i preferiti che non funziona più, per fare un altro esempio, è una promessa non mantenuta così irritante per noi utenti che i siti commerciali fanno di tutto per dorare la pillola.

Ma la questione – come tutte le grandi questioni semiotiche – è di ordine generale. Le parole che appaiono sui nostri schermi non ce la fanno a star ferme come le parole stampate sulla carta. Ci provano, ma proprio non ce la fanno. A volte fanno finta di niente. Altre volte ti giurano il contrario, che le puoi ritrovare identiche e nello stesso posto quando vuoi. Ma non gli possiamo credere con la stessa fiducia che accordiamo alle parole dei libri. Hanno violato una regola fondamentale del gioco. Perché allora prenderle sul serio? Mi sembra naturale che la gente non si fidi di una scrittura che non fa promesse e se le fa non le mantiene. Questa rottura del patto millenario fra parole scritte e lettori, secondo me, contribuisce a creare l’effetto di inferiorità dello schermo e ad aggravare la crisi di fiducia generalizzata che osserviamo.

PS Gustiamoci insieme l’ironia che questa nota compare su una rivista che è solamente digitale. Speriamo che la tempesta solare aspetti ancora un po’ prima di colpire….

AUTORE

Ubaldo Stecconi è nato ad Ancona il 22 marzo 1962 e vive a Bruxelles dal 2001, dove è esperto di comunicazione per la Commissione europea. Nei precedenti 15 anni, Ubaldo ha insegnato traduttologia, semiotica e materie affini in Italia, nelle Filippine e negli Stati Uniti. Oltre all’insegnamento, nei suoi anni a Manila ha lavorato per la sezione culturale dell’ambasciata d’Italia, ha lanciato la serie Salin (traduzione) per Anvil publishing e ha diretto la sezione recensioni della rivista Pen&Ink. Negli Stati Uniti, è stato Quality Control and Quality Assurance Manager per Welocalize.com e corrispondente da Washington D.C. per il programma radiofonico Fahrenheit di Rai Radio 3. In Italia, era uno dei soci di Logos consulting dove ha contribuito, fra le altre cose, alla localizzazione per il mercato italiano di programmi applicativi della Microsoft. Oltre a numerose pubblicazioni accademiche, Ubaldo ha concepito e curato due raccolte di racconti in traduzione: Daydreams and Nightmares per Anvil publishing (Manila) e Balikbayan per Feltrinelli (Milano) e ha collaborato alla traduzione di Fedeli a oltranza, di V.S. Naipaul per Adelphi (Milano). Nel 2006 ha conseguito un PhD in letterature comparate presso l’University College London sotto la guida di Theo Hermans. La sua ultima opera accademica è A World Atlas of Translation, curato assieme a Yves Gambier e pubblicato da John Benjamins (Amsterdam e New York) nel 2019.

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