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VOCE DI UN ABITANTE

Sempre più abitanti stanno lasciando il nostro villaggio. Sono già passati anni ormai dalle prime partenze -sembra una vita. Le cose non sono migliorate e il numero di chi rimane si assottiglia di giorno in giorno. Vedete, io sono fra quelli che ad andarsene ha provato, ma ha presto capito che non avrebbe potuto: ero già troppo vecchio. Fra chi è rimasto ci interroghiamo spesso riguardo chi è partito: dove sarà? sentirà nostalgia? Non arrivano lettere né resoconti. Nessuno di noi ovviamente ha risposte: le nostre conversazioni sono diventate un girare intorno rassegnati. C’è chi siede sui bastioni delle mura e fissa l’orizzonte fino al tramonto. Forse non accettiamo fino in fondo che adesso c’è un noi e c’è un loro, chi è rimasto e chi è partito, quando prima invece eravamo tutti un unico villaggio. Un villaggio coi suoi problemi, sì, le sue tensioni e disaccordi, ma pur sempre una cosa sola, una grande famiglia. Si rideva di più. C’erano piazze rumorose, assemblee e la sera, in quelle, la gente parlava passeggiando. 

Tutto ciò adesso è un ricordo, e la speranza che le cose tornino come prima.. un’illusione. Questo non ce lo diciamo mai a parole, ma si legge negli occhi di ognuno. Ci sentiamo traditi da chi c’ha lasciato, traditi poi da noi stessi, che abbiamo provato e fallito. Di loro abbiamo pietà, di noi miseria. Siamo stati fortunati, perché dei due mali c’è capitato il minore. Soltanto di ciò siamo certi, e lo siamo grazie ai pochi che qui sono tornati dopo anni, decenni di assenza. Quando bussano alla porta delle mura ogni volta rizziamo la testa e ci guardiamo fissi per un lungo secondo. Ogni volta ci illudiamo di trovar risposte. Quasi con foga li interroghiamo, dobbiamo trattenerci, perché la curiosità è tanta, ma tutti conosciamo già la risposta: il silenzio. Nessuno più parla fra chi è ritornato. Nessuno parla e nemmeno fa suoni, gesti o espressioni. 

Ricordo uno dei primi ritorni, quando non era ancora manifesta la gravità degli eventi. Era un giovane ragazzo, partito da bambino. Mi venne l’idea di comunicare tramite il movimento del suo sguardo su una tabella con l’alfabeto. C’era tanta fiducia. Subito ne fabbricarono una e me la portarono. Eravamo nel centro della piazza e tutti facevano cerchio attorno. Sospesi la tabella davanti al suo volto con due mani, sbirciandolo da un lato. Un altro abitante stava accanto a me, la carta e la penna tremante, pronte a trascrivere il messaggio. Fissammo in silenzio gli occhi del ragazzo, ma come la lingua le mani e il viso tutto, pure i loro occhi tacciono. Tornammo alle nostre case a testa china, dubbiosi. Dov’è che va la gente? Cosa c’è laggiù?I o sono solo un abitante, un uomo semplice, senza scienza, ma so leggere, e di questi fatti ricordo sin dal principio: tutto iniziò con un volantino. C’è chi dice portato dal vento, chi dice affisso dal diavolo stesso. Prometteva un nuovo mondo, aldilà del nostro villaggio. Suonò come un invito lusinghiero, solo oggi sappiamo ch’era una trappola. Nonostante ciò ci sono ancora volantini e sempre più persone si mettono in viaggio. È una vera disgrazia e qui noi anziani non sappiamo come faremo quando rimarremo soli.

 

 

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