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TRIANGLE OF SADNESS: IN DEN WOLKEN

 

“La crisi del cinema è crisi di idee, non ci sono più idee, non ci sono più scrittori”, così ammoniva Vittorio Gassman, intervistato dalla Rai, durante una scena tratta dal film Una vita difficile di Dino Risi.

Una frase in parte vera e in parte provocatoria, ma sicuramente smascherata dagli innumerevoli capolavori cinematografici che sono susseguiti negli anni. Ruben Östlund con il suo precedente film The Square (2017) ha raggiunto un picco nel cinema dell’ultimo decennio, smascherando l’invettiva di Gassman. Quest’anno si è presentato al 75° Festival di Cannes aggiudicandosi la Palma d’Oro con Triangle of Sadness. Il titolo, Il triangolo della tristezza, si riferisce a un’espressione della chirurgia estetica impiegata per indicare lo spazio compreso tra le sopracciglia che spesso, per evitare inopportuni inestetismi, necessita dell’intervento del Botox. Il titolo ci rimanda subito a un’idea plastica, meccanica, espressione perfetta della società odierna.

Con quest’ultimo film (il primo in lingua inglese) il pluripremiato regista e sceneggiatore Ruben Östlund riesce nell’intento di creare una fotografia comica e satirica sul mondo della moda, degli influencer e della borghesia del XXI secolo, apparentemente distaccata dai vecchi ricchi del mondo. Rispetto ai due precedenti lavori: Forza Maggiore e The Square, però, Triangle of Sadness, seppur a tratti esilarante risulta meno complesso e più superficiale rispetto ai precedenti lavori. La tesi del film, ovvero che, “soldi e bellezza” regolano i rapporti di potere è pieno di ovvietà e scontati cliché sui potenti.

Il film, diviso in tre capitoli, è una critica a questa società del consumo, un viaggio costante tra status symbol e moralismi, tra capitalismo e lotta di classe, immersi nel caos di una crociera nei Caraibi.

Nel primo capitolo, quello tra Carl (Harris Dickinson) e Yaya (Charlbi Dean, deceduta alla fine di agosto a soli 32 anni), Östlund descrive il mondo della moda, spietato e frivolo, composto da un esercito di maschere in bilico tra H&M e Balenciaga. Carl è sospeso su una corda sempre pronto a cadere, mentre Yaya si ritrova sulla cresta dell’onda grazie ai social. Il Dio denaro costringe i due a continue discussioni su chi deve pagare il conto al ristorante. Anche in questo caso il tema della contrapposizione tra “convenzioni sociali o emancipazione femminile” è profondo come una discussione di filosofia tra due liceali alla prima lezione.

Nei successivi capitoli ritroviamo i due modelli immersi in una lussuosa crociera nelle acque caraibiche, tra venditori di armi, spacciatori di fertilizzanti agricoli e produttori videoludici. Il Dio degli inglesi, come Fabrizio De Andrè amava definire la borghesia industriale, guida la società odierna e questa nave del caos.

Il comandante, Thomas Smith (Woody Harrelson, eccellente), è un marxista che soffre di agorafobia e vezzo all’alcool che lascia affondare la nave in una battaglia ideologica a colpi di aforismi da tastiera tra comunismo e capitalismo in compagnia di un oligarca russo. L’equipaggio, guidato dalla steward Paula (Vicky Berlin) è dedito al servilismo più parossistico, metafora di una classe media sempre più al servizio della classe dominante. Nel suo discorso inaugurale all’equipaggio, Paula sprona il team ad accontentare ogni singola richiesta degli ospiti, al fine di ricevere una cospicua mancia da parte dei passeggeri. L’ostentazione e la bramosia del denaro unisce ogni singolo componente di questo Titanic alla Monty Python come il filo di una collana tiene unite le perle.

Questo rapporto di potere tra passeggeri ed equipaggio si interrompe quando la nave entra in una tempesta. Il mal di mare e un’intossicazione alimentare trasformano la festa in una strage. Arrivano i pirati, esplode una bomba, la barca cola a picco e i pochi superstiti si ritrovano gomito a gomito su un’isola deserta dove i camerieri diventano leader del gruppo.

Boom: l’élite si sgretola e i rapporti di potere si invertono. Chi sa cacciare e pescare prende il comando e il denaro perde tutto il suo valore. È Travolti da un Insolito Destino della Wertmüller ma senza quella profondità che fa del film con Giannini e Melato una pietra miliare. Se l’intento di Östlund era quello di ribaltare i luoghi comuni sulle classi più agiate, il risultato non è stato all’altezza. Quello che accade sull’isola è tutto lapalissiano, chiaro al primo sguardo, reiterato per più di tre quarti d’ora, per un’opera che vuole procedere per accumulazione di sketch e non tramite un ragionamento con capo e coda. Sicuramente l’essere umano ha perso di manualità rispetto al passato, ma oltre ai super ricchi, quanti di noi si salverebbero su un’isola deserta in balia della Natura?

L’organizzazione sociale sull’isola ribalta la sovrastruttura capitalista, ma non offre una visione chiara di questo passaggio, sottolineato dall’autore, da una società patriarcale ad una società matriarcale. La questione è stata buttata al vento: Abigail (Dolly de Leon), inserviente dello yatch, reclama una posizione di autorità all’interno del gruppo, poiché essendo l’unica in grado di procurarsi del cibo risulta indispensabile alla sopravvivenza del gruppo. Abigail fa valere il suo potere assoggettando Carl e costringendolo a divenire il suo amante in cambio del nutrimento al gruppo. Abigail crede di aver sovvertito i rapporti di classe, vantandosi con Yaya di aver creato sull’isola una società matriarcale. Lei, l’ultima dei proletari nella nave dei sovversivi da serate di gala, non fa altro che perpetrare l’autoritarismo gerarchico in una delle tante declinazioni del capitalismo, che oltre ad essere un sistema economico si conferma un vero e proprio modus vivendi. Lo immaginavo diverso il matriarcato.

È molto difficile uscire dalla sala scontenti o delusi dopo aver visto Triangle of Sadness, un film esilarante, immediato, epidermico e succulento che cavalca le più facili autocommiserazioni del proprio pubblico. Ma la visione rappresentata da questo nubifragio del capitalismo risulta essere intellettualmente poco attraente, un’orgia escatologica fine a sé stessa. Questa sommossa contro l’ideologia dominante è stata trasformata in opzione psico-estetica, immaginifica, i morti veri, gli oppressi, nella loro tragica naturalità, sono stati fatti sparire. I bersagli del regista svedese oramai sono sempre i soliti, troppo facili. Ne ha abusato politicamente. Therese, passeggera della crociera e naufraga, capace di pronunciare solo una singola frase dopo un ictus ripeteva: In den Wolken, tra le nuvole. Se grossolanamente fosse andata a finire così?

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