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SAN BERILLO

Nota: Questi scritti sono stati realizzati nel pieno della produzione del lavoro, tra il 2015 ed il 2018.

La serie qui proposta riporta un racconto corale da un quartiere-ghetto del centro storico di Catania. Qui è in atto una rivoluzione demografica e culturale che rispecchia grandi dibattiti politici e culturali contemporanei.

Nel quartiere San Berillo convivono senegalesi, prostitute, trans italiane e sud americane, giovani nigeriani e gambiani e una larga parte di cittadini italiani. La diversità etnico-culturale del quartiere va di pari passo con le diverse forme di credo, dalla religiosità cristiana degli italiani e delle prostitute, all’Islam della comunità africana. Ai margini del quartiere esistono, come a delimitare un punto di partenza e un punto di arrivo, la Chiesa Santissima della Buona Morte e la Moschea della Misericordia. La Chiesa Santissima della Buona Morte rappresenta il luogo che, grazie a Padre Gliozzo, ha forse dato inizio alla diversità del quartiere. Padre Gliozzo ha aperto le porte ai tossico-dipendenti quando l’eroina impazzava negli anni ‘80, così come ai primissimi rifugiati Africani – tra cui i primi senegalesi che costituiranno l’ampia comunità del di oggi – ma anche alle prostitute, dando loro uno spazio per credere, pregare, confessarsi e ritrovarsi, ponendo così le basi basi di questa variegata comunità. Grazie a lui, Francesco Grasso, noto nel quartiere come Franchina, ha potuto pubblicare il suo primo libro di scritti “Davanti alla Porta – Testimonianze della vita nel quartiere San Berillo”.

Un racconto sulla vita di quartiere, dal punto di vista delle sue più antiche abitanti, le prostitute, che traccia uno spaccato anche della vita cittadina degli ultimi 50 anni. Al margine sud invece la Moschea della Misericordia traccia il limite ideale del quartiere, luogo di preghiera di tutti i musulmani residenti a San Berillo. Se la Chiesa di Padre Gliozzo è stata il punto di partenza del quartiere, l’incipit, la Moschea ne è il presente ed il futuro. Questo racconto di un’utopia sociale vede la figura dell’emarginato come protagonista di una rivoluzione culturale, che sta avvenendo con velocità e modalità diverse anche nel resto d’Italia. Qui c’è l’Afro-Italia in divenire, seppure guardando al passato della civiltà in Sicilia la convivenza tra Musulmani e Cristiani non è certo una novità. Qui soprattutto, l’escluso è talmente impegnato a sopravvivere che il conflitto culturale passa in secondo piano e l’unica lotta che conta è quella con l’amministrazione catanese e con uno Stato assente, che eventualmente manifesta la sua presenza con interventi violenti, decostruttivi e controproducenti. Questo lavoro si propone come una documentazione schietta e sincera, con questi due aggettivi ci si riferisce al linguaggio visivo che utilizzo, come alle modalità narrative, entrambi scevri di dispositivi complessi, aulici ed alti. Il mio unico obiettivo al termine di questo progetto, infatti, è la restituzione del racconto ai soggetti stessi. Attraverso questo lavoro, ho tentato di staccarmi dalle forme di documentario che si sono definite negli ultimi anni: ammiccanti all’arte contemporanea, alle autocitazioni, e citazioni di linguaggi ermetici, complessi, autoreferenziali e fondamentalmente distaccati dal volgo, dal popolo e ad esso stesso incomprensibili o di difficile accesso.

Questa premessa è per me fondamentale affinché non si fraintenda il mio lavoro come un reportage. Questo lavoro non è un reportage in quanto nasce in primis come espressione di un attaccamento personale all’argomento ed al luogo. Una collisione, un’appartenenza non diretta, ma forte, presente e cresciuta dentro di me nel passare degli anni in cui ho sviluppato il progetto. Seguiti da una costante ricerca e documentazione, un processo di conoscenza e trasformazione che ha portato al guadagnarmi la fiducia ed il rispetto dei soggetti in questione, prima ancora di iniziare a ritrarli. La differenza fra reportage e questa forma di documentario si definisce dunque, per me, nella modalità in cui ho operato e destinato sin dal principio l’esito del lavoro stesso. La marginalizzazione, il razzismo, l’omofobia e la divisione portate dall’abbandono politico e dalla violenza sistematica dello Stato, sono i temi principali che, sullo sfondo, tessono un tappeto sonoro dietro a queste immagini, concepite nel rifiuto di raccontare la miseria, la disperazione e l’impossibilità di emancipazione.

Glauco Canalis

Catania, 2018

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