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RIFLESSIONE MERIDIONALISTA

La questione meridionale italiana si colloca in un più ampio e articolato sistema di relazioni nord-sud che vede, normalmente, le aree meridionali soggiogate o quasi a quelle settentrionali del pianeta, più sviluppate e industrializzate e pertanto meglio rispondenti agli standard sociali ed economici dell’era del liberal-capitalismo prima e della globalizzazione dopo. Senza naturalmente soffermarsi in questo caso sul quadro globale di tali rapporti, c’è però da osservare come lo scenario del nostro paese rappresenti ancora oggi un esempio localizzato ma lampante della subordinazione del Sud al Nord, nonostante gli innegabili passi avanti compiuti nell’iter di rilancio del Mezzogiorno d’Italia in oltre centosessant’anni di storia.

All’indomani dell’Unità nazionale del 1861, non era così scontata la presa di coscienza di una questione meridionale in Italia. Dapprima, infatti, la classe dirigente liberale, espressione dell’alta borghesia industriale settentrionale e dell’élite aristocratica e fondiaria meridionale, era nel complesso portata a negare l’esistenza di un problema afferente al Mezzogiorno e per conseguenza ad annullare completamente la stessa idea che un giorno al Sud Italia potesse essere riconosciuta una pari dignità sociale, politica ed economica rispetto alle regioni settentrionali. La tendenza all’azzeramento delle realtà meridionali, che implicava tra l’altro situazioni di sfruttamento più o meno evidente e diretto da parte del Nord, era soprattutto figlia di preconcette attribuzioni per certi versi “razziste” di un’équipe governativa intenzionata principalmente a salvaguardare il proprio status quo e i propri interessi particolari spacciandoli quali interessi collettivi e nazionali.

Il ceto dominante percepiva la debolezza e l’arretratezza sociale ed economica del Meridione non come urgente questione da risolvere in prospettiva di una crescita complessiva del Paese, bensì, al contrario, come fonte di volontà sovversive da monitorare costantemente e reprimere in caso di estrema necessità.

A testimonianza del fatto che il Sud fosse considerato una minaccia per la stessa unità della Penisola anziché una possibilità di sviluppo nazionale su cui investire, la reazione manu militari della Destra storica al brigantaggio (1861-1865). Tale fenomeno non era forse stato ben compreso dalla classe di potere. Era effettivamente sotteso da velleità eversive poiché fomentato anche da componenti filoborboniche che caldeggiavano il ripristino del vecchio ordine, ma prima di tutto esprimeva il disagio e il malcontento popolari dovuti alla miseria e alla precarietà della vita in zone caratterizzate da un forte vuoto culturale e pertanto incapaci di organizzarsi in formazioni politicamente evolute. In ragione di ciò, non riuscivano a far valere le proprie istanze attraverso il dialogo, in un contesto peraltro di suffragio ristretto in cui la rappresentanza politica era pressoché nulla.

Non che nelle campagne venete o toscane vigesse una condizione di palese e costante progresso intellettuale o spirituale; tuttavia, in molte regioni settentrionali, specialmente i lavoratori delle fabbriche si stavano apprestando a strutturarsi politicamente fino ad organizzarsi in un movimento di massa a base dottrinale socialista guidato da vere e proprie oligarchie operaie che ne detteranno già a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo le istanze riformistiche o rivoluzionarie. È proprio per questo motivo che nelle riflessioni di brillanti e autorevoli pensatori meridionalisti di fine Ottocento e primi Novecento, come Gaetano Salvemini, dominava l’idea della necessità di un’alleanza fra più consapevoli operai del Nord e masse contadine del Sud, alleanza che dalla loro visuale costituiva la premessa inderogabile dello sviluppo socio-economico locale e nel contempo nazionale. Ma anche al di là dello specifico discorso meridionalista di alcuni intellettuali e tornando invece al brigantaggio, si deve assolutamente tenere conto del fatto che esso era un fenomeno preesistente all’Unificazione e la sua origine non poteva essere quindi rintracciabile nel solo desiderio di scardinare l’ordinamento liberale appena costituitosi attorno alla bandiera italiana.

Forse sollecitata dall’attività dei briganti e in concomitanza con l’avvento al potere della Sinistra storica, si assistette in seguito ad una progressiva sensibilizzazione della classe politica verso la questione meridionale. Purtuttavia, la graduale – e obiettivamente faticosa, considerato il panorama culturale dell’epoca – presa d’atto del reale malessere che affliggeva il Mezzogiorno non servì indubbiamente a risolvere nell’immediato le problematiche. Fu però da stimolo per la successiva attuazione, nei primi anni del Novecento, di misure speciali a favore delle regioni meridionali, che, seppur offrendo soluzioni incomplete e temporanee quanto settoriali e prive di una specifica organicità, potevano essere lette nel concreto come primi embrionali tentativi di allineamento Nord-Sud. Fra tali tentativi, contrassegnati dunque da uno spirito riformista di carattere essenzialmente localista, ricordo alcuni provvedimenti per il risanamento finanziario della città di Napoli, la legge per la costruzione dell’Acquedotto pugliese e alcune misure speciali a favore della Basilicata, ai quali sembrava aggiungersi un nuovo e man mano crescente interesse da parte dei vari governi italiani (Zanardelli, Giolitti, Fortis, Sonnino) per regioni come Calabria e Sicilia.

Senza adesso aprire parentesi sul ventennio fascista e ricostruire minuziosamente gli epocali cambiamenti istituzionali che riguardarono la Penisola nella prima metà del XX secolo, potremmo azzardare a dire che in seguito, negli anni Cinquanta e Sessanta, i primordiali tentativi di rilancio del Mezzogiorno italiano si evolsero in misure più organiche o in ampi piani di programmazione economica. Tra gli altri, mi riferisco in particolare alla Cassa per il Mezzogiorno, al piano Vanoni, al piano Giolitti, i quali sorgevano proprio dalla piena acquisizione di consapevolezza che lo squilibrio territoriale Nord-Sud fosse uno dei problemi fondamentali dell’economia italiana a cui si sarebbe dovuta trovare una adeguata risoluzione politica. Questi stessi tentativi subirono inoltre un processo di inarrestabile perfezionamento nel corso del tempo, fino ai giorni nostri, assumendo infine la forma di autentici programmi di intervento di rilievo persino internazionale in quanto complessivamente sistematizzati e strutturati nella cornice generale di una via via maggiore coesione europea. A tale coesione, in parte già favorita da piani di aiuti di Stato pensati appositamente per le aree in particolare difficoltà di sviluppo, la recente pandemia ha senz’altro impresso una determinante accelerazione sfociata nei PNRR.

È chiaro, resta da valutare il reale impatto degli ultimi fondi stanziati a beneficio del Meridione. Cionondimeno, al momento le politiche pubbliche sinora implementate, pur non essendosi rivelate nel complesso fallimentari, sono state insufficienti a dirimere integralmente la questione. Si è trattato probabilmente di misure ancora caratterizzate da un elevato livello di parassitismo amministrativo, il quale, benché di sicuro meno evidente se comparato a quello di età giolittiana, potrebbe averne impedito l’ottimizzazione dei risultati. La fotografia della situazione rimane infatti quella di un Mezzogiorno socialmente arretrato ed economicamente inefficiente rispetto al Nord.

Ad ogni modo, non si può dubitare che negli anni siano stati effettuati tentativi pragmatici, realmente volti alla risoluzione dei problemi economico-finanziari che gravano sul Meridione. Non si può però nemmeno pensare che il rilancio sociale ed economico delle aree meridionali debba prendere le mosse esclusivamente da provvedimenti di natura finanziaria. La spinta propulsiva decisiva dovrebbe provenire innanzitutto da un cambiamento culturale sostanziale e non soltanto formale, da parte della classe politica e della società tutta, in grado di affrancare il Sud Italia da retaggi di lunga durata. A quanto pare questi retaggi persistono e continuano ad intrappolare il Mezzogiorno nella morsa di aberranti pregiudizi tali da limitarne la crescita finanziaria ed ostacolarne la realizzazione sociale nonostante il riconoscimento ufficiale della questione meridionale nel quadro generale di una strategia politicamente corretta. Da parziale contrappeso a ciò, c’è da dire naturalmente che la stessa cultura meridionale, non meno radicata di quella settentrionale ed anzi per alcuni versi ancor più conservatrice, sembra produrre una certa resistenza al cambiamento la quale può ostacolare lo sviluppo del Sud nelle varie declinazioni. Sarebbe tuttavia troppo semplice e riduzionistico affibbiare la responsabilità del sottosviluppo del Mezzogiorno solamente alle inclinazioni culturali della popolazione meridionale, poiché equivarrebbe ad avallare posizioni ideologiche che, seppur ad oggi sfumate, rimandano velatamente alla visione discriminatoria dell’élite politica del post-Unità.

Questa riflessione non ha ovviamente alcuna pretesa di assolutezza o completezza storica, ma sarebbe forse opportuno ripensare le modalità tramite cui valorizzare a livello multidimensionale il Mezzogiorno. Sarebbe infatti auspicabile ripartire, con un più profondo sguardo sulla realtà umana mettendo per un momento da parte i parametri materialistici e consumistici della società della globalizzazione, partendo dall’incontrovertibile assunto dell’uguaglianza fra individui. Solamente dopo aver preso davvero consapevolezza della pari dignità di tutti i cittadini ed essersi di conseguenza pienamente liberati da una consolidata ma ingiustificata tradizione discriminante nei confronti dei territori meridionali e di chi li abita, sarà finalmente possibile costruire progetti politici validi in prospettiva di un rilancio prima di tutto identitario e sociale, poi economico e finanziario del Sud della nostra penisola.

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