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LA METAMORFOSI DELLA SINISTRA

Dalle lotte verticali a quelle orizzontali

La sinistra non esiste più. O almeno quella occidentale. Non come identità del singolo o come piccoli movimenti o partiti sempre più oscurati dai media capitalistici, bensì come movimento di massa, in grado di riconoscere e far propri i bisogni e le necessità del popolo e porsi alla sua testa come una vera e propria avanguardia.

Svilita, assassinata e sotterrata da un susseguirsi di reazioni ed agenti esterni (e interni) che, come in una mutazione genetica, ne hanno inesorabilmente alterato la struttura fino a renderla irriconoscibile da quella che una volta era la sua classe di riferimento, che è completamente disillusa verso tutto quello che è politica o migrata verso altri lidi, svuotandone i numeri.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Come questo mutamento ha coinvolto sia le sinistre moderate che quelle radicali portandole, chi più chi meno coscientemente, a collaborare con la cultura liberale nella legittimazione e nel mantenimento del nuovo capitalismo globalista? E infine come si è passati dalle lotte verticali a stampo sociale a quelle orizzontali di tipo civile e, di conseguenza, all’abbandono della prospettiva di classe che ha sempre contraddistinto la sinistra?  

Il funerale della sinistra è la conseguenza di una catena di eventi che si susseguono dal secondo dopo guerra e arrivano fino agli albori del nuovo secolo. Tre in particolar modo sono gli snodi cruciali della metamorfosi: la fine del processo di decolonizzazione nei paesi più poveri; l’esaurimento delle lotte proletarie in occidente; infine, il crollo del sistema socialista nella ex Unione Sovietica. Quest’ultimo in particolare è il vero e proprio spartiacque per il movimento socialista e comunista dei paesi occidentali: di lì in poi si è spenta la speranza marxista che il capitalismo prepari ed avvicini, attraverso la sua accelerazione temporale, la transizione al comunismo.

Così, l’umanizzazione del sistema vigente è diventato il tratto distintivo delle forze progressiste occidentali.

Si tengono in piedi slogan e distinzioni ormai desuete come sinistra/destra volte a rappresentare gli antichi termini di comparazione progresso/conservazione. La realtà dei fatti è molto più semplice di quello che sembra. Il sistema capitalistico, mentre un tempo si serviva di forze conservatrici, adesso usa quelle progressiste con il medesimo ed unico scopo: reprimere ed annientare la lotta di classe.

Centrodestra e centrosinistra, in Italia come nei principali paesi occidentali, rappresentano i due lati della stessa medaglia. A conferma di questo fatto, si guardi come è cambiata la legislazione del lavoro nel nostro paese: negli ultimi venticinque anni si è assistito ad un progressivo arretramento dei diritti dei lavoratori, indipendentemente dagli schieramenti che si sono susseguiti al governo.

Può essere utile, in questa fase, ripercorrere per sommi capi, le principali tappe di questa restaurazione, o controrivoluzione che dir si voglia: il pacchetto Treu (1997, Governo Prodi I) e la legge Biagi (2003, governo Berlusconi II) che introducono i cosiddetti contratti di lavoro atipico; il decreto legislativo 368/2001 (sempre governo Berlusconi) che normalizza il contratto a tempo determinato; la legge Fornero del 2012 (governo Monti) ed infine il Jobs Act del 2015 (governo Renzi) che con l’abolizione dell’articolo 18 e la drammatica limitazione del diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo ha completamente liberalizzato perfino il contratto a tempo indeterminato, reintroducendo il potere illimitato del datore di lavoro sui lavoratori ed eliminando quasi del tutto le differenza tra precariato e stabilità. Inutile dire che ciò è avvenuto dietro la spinta di numerose direttive europee.

Antonio Gramsci, in una delle sue più celebri frasi, parla del vecchio mondo che sta morendo e del nuovo che tarda a comparire. Da ciò deriverebbe la nascita di veri e propri mostri. Seppur non originariamente adottata in questo contesto, il malefico destino ha voluto che proprio l’assunto gramsciano si adattasse perfettamente alla metamorfosi che ha riguardato la sinistra, sia nelle forze più moderate che in quelle radicali.

Gli ex partiti comunisti, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno completato l’opera di adesione agli ideali liberisti – un processo già iniziato sul finire degli anni Settanta – e di fronte al processo di ristrutturazione capitalistica volto ad indebolire numericamente la classe operaia hanno deliberatamente scelto di indirizzare le proprie velleità verso i ceti medio alti.

Esempio perfetto è il percorso del centro-sinistra italiano che ha abbandonato gli ideali di un tempo:  un cammino incominciato dalla svolta della Bolognina del 12 novembre 1989, quando l’allora segretario del PCI Achille Occhetto diede il via al processo politico che portò allo scioglimento del partito nel 1991 e proseguito con una serie di rotture che hanno trasformato l’ex Partito Comunista, prima in Partito Democratico della Sinistra (PDS), poi in Democratici di Sinistra (DS) ed infine nell’odierno Partito Democratico, partito che ha raccolto più l’eredità della vecchia Democrazia Cristiana che delle sue origini comuniste. Nel mezzo una serie di cataclismi e figure barbine dovuti ad una classe dirigente totalmente inadeguata e succube dei nuovi poteri, finanza su tutti, che da anni dettano l’agenda politica dei paesi occidentali.

Dall’altro lato la cosiddetta sinistra radicale ha subito, dal punto di vista partitico, una sorte perfino peggiore: miriadi di piccole formazioni, più o meno strutturate, che pagano lo scotto di battaglie intestine ai vecchi gruppi dirigenti, con il risultato che, ad oggi, questo tipo di sinistra si trova distante anni luce dai bisogni del popolo e quasi totalmente incapace “dell’analisi concreta della situazione concreta” (Lenin).

Dal punto di vista sociologico e culturale il processo di declino della sinistra radicale ha radici ben più profonde. Una trasformazione inesorabile e perturbante che non ha generato una nuova creatura ma ha brutalmente assassinato il corpo e le idee che la ospitavano prima.

Questa drastica inversione di rotta è lucidamente descritta da Carlo Formenti nel suo “Il Socialismo è morto, viva il Socialismo” e ha origine, strano a dirsi, nel movimento del ’68.

I giovani del ’68 non potevano certo immaginare che le loro rivendicazioni di libertà avrebbero preparato il terreno ad una disfatta di così ampia portata, tuttavia è impossibile non notare come tale esito fosse iscritto nelle parole d’ordine della protesta, che mettevano al centro di tutto l’individuo e la libera scelta individuale. Da ciò si capisce come il capitalismo abbia sfruttato a proprio vantaggio le rivendicazioni di libertà individuale che la protesta avanzava per farle proprie e inglobarle nel proprio funzionamento, trasformandole in strumenti di controllo e dominio.

I figli del ’68 sono quei movimenti che ne hanno amplificato e conservato il “partecipazionismo”, rifiutando la forma partito e che hanno fatto dell’antistatalismo un vero e proprio cavallo di battaglia.

Nuovi movimenti che, avendo quasi del tutto abbandonato la prospettiva socialista, hanno fatto da spalla alla rivoluzione orizzontalista liberale, quella che ha scisso la lotta di classe verticale in tante lotte separate tra loro ma orizzontali, che non mirano cioè al cambiamento del sistema economico vigente ma si muovono all’interno di esso per rivendicare diritti civili più che sociali.

Ciò ha generato, anche in questo caso, un cambiamento della fascia sociale di riferimento, anch’essa diventata di medio-alta estrazione, perlopiù civile, che non mira alla presa del potere politico ma vuole solo limitarne l’invadenza.

Le analisi precedenti in merito alle mutazioni della sinistra si possono applicare a diversi fenomeni e movimenti saliti alla ribalta negli ultimi decenni: è il caso del femminismo, dell’ambientalismo, della gender theory e del “politicamente corretto” (cancel culture).

Il femminismo merita una trattazione specifica e una contestualizzazione storica diversa, proprio in virtù del suo passato. Possiamo distinguere tre fasi principali che hanno contraddistinto il movimento femminista dalla nascita a oggi: la prima è quella del femminismo anticapitalista degli anni Sessanta/Settanta al quale si deve molto nell’analisi del ruolo del processo riproduttivo nelle dinamiche del sistema capitalistico. A questa fase ne segue un’altra di transizione dove le rivendicazioni di classe vengono a mano a mano sostituite dalla creazione di un processo identitario (uomini vs donne), spingendo la cultura femminista nell’esclusiva rivendicazione di diritti civili e individuali. L’ultima fase, quella odierna, è rappresentata dal femminismo come fenomeno di massa, con rivendicazioni esclusivamente emancipatorie che, fatta eccezione per alcune minoranze che ancora tentano di orientare le lotte in senso anticapitalistico, hanno spinto l’intero movimento ad essere una leva funzionale dell’ordine liberale.

Esempio ne è l’alleanza ormai assodata tra buona parte dei movimenti femministi (insieme a quelli per i diritti delle minoranze sessuali LGBTQ+ e movimenti per l’ambiente) e settori dell’alto business (moda, media, industria ecc.), che ormai garantisce da anni sostegno, più o meno indiretto, a queste “lotte” da parte di politici “progressisti” ed élites occidentali.

Il femminismo emancipazionista sposa in toto l’ideologia liberale meritocratica del “farsi avanti”, così le aspirazioni tipicamente “maschili” come avidità, fame di successo e carrierismo diventano proprie del genere femminile in un contesto sempre più slegato dalla consapevolezza di differenze di classe, che vengono sostituite da falsi miti di “sorellanza” e di parità tra persone solo perché accomunate dallo stesso sesso.

Falsi miti, per l’appunto, che fanno a pugni con la realtà dei fatti: una super manager di una multinazionale può definirsi femminista seppur la propria azienda sfrutti il lavoro minorile nei paesi del terzo mondo.

Discorso analogo può essere fatto per parte del movimento ambientalista, anch’esso diventato fenomeno di massa in occidente con l’avvento di Greta Thunberg. Una visibilità mediatica senza precedenti tristemente evaporata dopo la spaccatura tra mondo euroatlantico e Russia, con conseguente speculazione sui prezzi dell’energia, che ha portato la maggior parte dei paesi occidentali a rivolgere le proprie forze economiche verso fonti di energia non proprio così “green”, riportando alla realtà anni di discorsi vacui e false promesse.

Ciò che accomuna cultura liberale, centro-sinistra e sinistra radicale è rappresentato plasticamente dalla neolingua del politicamente corretto.

Fenomeno nato all’interno del mondo accademico statunitense (espressione quindi del soft power che gli Stati Uniti esercitano sul resto dei paesi occidentali) assieme alla gender theory e che le élite mediatiche d’oltreoceano ed europee hanno usato per consolidare il loro potere.

Il concetto di politicamente corretto si basa sull’assunto che l’atto del denigrare, non rispecchia ma letteralmente crea la realtà (Carlo Formenti, Il Socialismo è morto, Viva il Socialismo).

Il potere del linguaggio rende difficilmente contestabili le affermazioni e le idee politicamente corrette, generando una spirale decisamente controproducente per lo sviluppo e il mantenimento del pensiero critico: si evita o si esita a criticare queste “verità assolute” per paura di essere etichettati come intolleranti.

Le femministe etichettano come disumani tutti coloro che mettono in dubbio la proverbiale superiorità morale del mondo femminile (soprattutto maschi eterosessuali e bianchi), la gender theory bolla come sessisti e razzisti tutti coloro che assumono posizioni di adesione identitaria (che sia ad una nazione o ad un sesso), il neoliberismo etichetta come reazionario chiunque si opponga alle sue inconfutabili verità, infine chiunque si opponga alle élite nazionali e internazionali del capitalismo e alla loro visione multiculturale e cosmopolita viene definito populista, sovranista o peggio ancora.

Proprio come nella fluidità di genere, dove la differenza sessuale viene eliminata e riduce quest’ultima alla libera scelta individuale perfino reversibile, la società odierna e del futuro sembra destinata alla liberazione dalle identità nazionali, da concetti desueti come contratti a tempo indeterminato che fanno spazio a termini anglofoni come flexibility e in ultimo dall’affrancamento delle differenze di classe che, nonostante si stiano acuendo sempre di più, vengono omesse dal dibattito pubblico e quindi dalle menti delle persone.

Da un certo punto in avanti, non c’è modo di tornare indietro. La sinistra che fu è un corpo, un organismo ormai distante anni luce da quello che ha rappresentato nel corso della Storia e che va abbandonato a sé stesso.

Le idee, gli ideali e le persone che hanno lottato per essi però rimangono, impresse nelle coscienze di chi ancora pensa che un altro mondo, più giusto ed equo, sia possibile.

Mai guardarsi indietro se si è sostenuti da solidi principi.

Fatto un funerale non esistono resurrezioni.

Quelle lasciamole a chi crede che un rivoluzionario possa sedere alla destra del padre senza prima averlo ucciso.

Bibliografia

  • Vladimir Lenin, L’imperialismo fase suprema del CapitalismoEditore Riuniti, Roma, 1969.
  • Carlo Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista, Meltemi Editore, Milano, 2019.
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