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LA CAUSA DIETRO LE ALTRE CAUSE

Sono stato spinto a scrivere questo testo principalmente da due emozioni: l’ammirazione e il dispiacere. L’ammirazione è rivolta verso il Buddha Gotama, che considero uno dei massimi pensatori di cui si abbia notizia nella storia dell’umanità. Stilare una classifica di persone secondo il loro merito è un passatempo da gioco di società, ma è innegabile l’influenza e l’impatto che il Buddha ha avuto sulle nostre vite; perciò, lo considero alla stregua di grandi pensatori come Platone e Aristotele, i pilastri che crearono la tradizione filosofica occidentale. Penso che le sue idee dovrebbero riecheggiare in ogni angolo di qualsiasi scuola in giro per il globo terrestre, sicuramento tutto ciò renderebbe il mondo un luogo più civile, responsabile e progressista. Ciò non significa che io ritenga giuste tutte le idee del Buddha, considerando le differenze spaziali e temporali sarebbe assai singolare se lo pensassi. Dissento da alcune sue teorie e non aderisco a tutti i suoi valori: non mi definisco un buddhista. Tuttavia, la comprensione di alcune sue idee mi rendono un ammiratore sincero del Buddha, almeno quanto i milioni che si definiscono buddhisti.

Il dispiacere, invece, e qui entriamo nella parte saliente di questo scritto, è rivolto verso uno dei due termini che il mondo occidentale ha accolto oramai nel linguaggio e nel pensiero comune: il karman. L’altro termine, il nirvāṇa, è inevitabilmente al di fuori dei limiti di questo testo. La parola “karman” è un sostantivo derivato da una delle radici più comuni, kṛ-, che letteralmente significa “fare”. Il sanscrito karman e il pali kamma significano quindi “atto, azione”.

Stiamo, difatti, assistendo in tutto il mondo a una grande crescita di interesse per il buddhismo. Sono nate numerose associazioni e gruppi di studio, e sono apparsi molti libri dedicati all’insegnamento del Buddha Gotama. Tuttavia, si deve notare a malincuore (il sentimento di dispiacere nasce da qui) che la maggior parte di questi sono spesso opera di autori non molto competenti, che avvicinandosi a questo argomento con pregiudizi, ne danno interpretazioni false o esposizioni non fedeli.

Il karma è uno degli elementi che più preferisco della dottrina buddhista, il punto di accesso che amo esporre quando parliamo di questo argomento, e sicuramente uno dei più controversi. Molti preferiscono partire dalle Quattro nobili verità, dalla dottrina del non-sé (anattā), altri ancora dalla meditazione o “coltura” della mente (bhāvanā), ma la riformulazione del pensiero del Buddha riguardo al karma come dottrina positiva ci tiene uniti come il filo di una collana tiene unite le perle.

Nella cultura occidentale tendiamo grossolanamente a utilizzare il termine karma come sinonimo di fato, tutto ciò porta a distorcere l’innovazione e la rivalutazione che il Buddha ha apportato a questa dottrina, distaccandosi prima dal pensiero jainista, che addita al karma una concezione esclusivamente pessimistica, e dal brahmanesimo che concepiva letteralmente questa parola come sacrificio.

I dizionari definiscono il fato come “quel principio o causa determinante o volontà secondo cui in generale si suppone che le cose siano di un certo tipo o gli avvenimenti succedano in un certo modo; la necessità della natura”. Gli avvenimenti accadono in un certo modo secondo leggi di natura. Così, che lo chiamiamo fato, legge della natura o Dio, con questi termini vogliamo dire che questi avvenimenti appartengono a un processo che sfugge al controllo umano. Destino, spesso usato inappropriatamente come sinonimo di fato, è un termine che si addice maggiormente al significato che il Buddha aveva dato al karma. Destino deriva dalla parola destinazione. Si riferisce a ciò che si diventa e non ciò che si è. Potremmo dire che il mio fato è quello di essere nato e morire, ma il mio destino è quello di coltivare ortaggi.

Uno degli insegnamenti fondamentali del Buddha è che nella vita niente è immutabile, ma tutto è impermanente, ossia sempre mutevole. Con questo Gotama non intendeva che qualcosa sia in perenne mutamento, ma evidenziava il fatto che nelle nostre vite tutto cambia e la maggior parte di noi non ha esperienza di qualcosa di immutabile.

E qui arriviamo ad un quesito che in occidente mal poniamo. Ma il cambiamento è casuale? Assolutamente no, anche se noi insieme a tutto quello che ci circonda è in continuo cambiamento, la vita non potrebbe procedere senza una linea di continuità. Il Buddha lo rese assiomatico nell’asserzione secondo la quale nulla esiste senza una causa. Perciò il buddhismo insegna che quando tutte le persone (e gli esseri viventi) muoiono, rinascono in maniera conforme ai loro meriti morali. Anzi, l’idea di continuità personale nel buddhismo è più forte che in qualsiasi altra religione. Nel cristianesimo, per esempio, la continuità è data nel corso di un’unica vita qui sulla Terra, e successivamente in una seconda dove viviamo una ricompensa o una punizione, un paradiso o un infermo, anche se soventemente ritenuta “fuori dal tempo”. I buddhisti, invece, credono in un susseguirsi infinito di morte e rinascita. La serie, però, può avere una fine. Come? Conseguendo il nirvana.

L’intenzione è una delle categorie più importanti per il buddhismo, poiché tutte le nostre azioni, i nostri pensieri e le nostre parole hanno una valenza morale determinante in base all’intenzione sottostante. Poiché il valore etico risiede nell’intenzione non esiste un Dio o un qualche agente esterno o autorità ultima che possa decidere in ultima istanza sul nostro arbitrio. La nostra volontà è libera e siamo noi stessi gli unici responsabili delle nostre scelte. È sorprendente che un pensiero di questo tipo sia stato proclamato nel V secolo a.C. , ora cominciate a capire perché questa dottrina possiede cinquecento milioni di seguaci in tutto il mondo?

Di conseguenza, il karma è inestricabilmente connesso all’idea di rinascita. Il Buddha vedeva nel karma, il fare intenzionale, una questione di causa effetto. Il karma buono avrebbe prodotto effetti positivi, mentre un karma cattivo effetti nefasti per chi lo compiva. Non c’è un Dio o una giustizia divina. I signori benpensanti potrebbero contraddire la dottrina del karma portando sul tavolo la sofferenza di un neonato, malato dopo pochi mesi di vita, esperienze di sofferenza e morte senza che questi ultimi abbiano fatto alcun male. Tutto ciò sarebbe estremamente corretto, se le persone avessero una sola vita. La risposta risiede nelle scelte fatte nelle vite precedenti. E allora il buddhismo è una dottrina determinista? Dove risiede la mia azione, il mio karma? Se tutto è determinato, allora la nostra volontà non è libera?

Il Buddha proponeva una via di mezzo fra il determinismo e la casualità, enunciata in una sutta nel Saṃyutta Nikāya, dove Moliya Sīvaka domanda a Gotama che cosa pensa del fatto che tutto ciò di cui abbiamo esperienza sia il risultato di azione passate. Il Buddha rispose che il karma deve essere interpretato come esortazione morale: “Come dovrei comportarmi?”. Il karma non cade nel fatalismo, ne è l’esatto opposto. Aggiunse che i problemi di natura medica vanno spiegati con cause mediche, senza ricorrere al karma. Tutto ciò potrebbe risultare fuorviante, ma occorre rendersi conto che il karma opera di necessità dietro una qualche causa specifica. In poche parole, potremmo definire il karma come la causa dietro le altre cause. La gente dice: “Questo è il mio karma”, quando ciò che dovremmo dire è: “Questo è il risultato del mio karma”.

 

Bibliografia

  • Walpola Rahula, L’insegnamento del Buddha, Adelphi Edizioni, Milano, 2019
  • Richard Gombrich, Il pensiero del Buddha, Adelphi Edizioni, Milano, 2012
  • Alexander Lowen, Paura di vivere, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1982
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