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IL NOME DELLA COSA

Pulp Fiction e i disegnini 

Ho diversi cugini più grandi di me. Durante la pubertà e l’adolescenza questi cugini, chi più, chi meno, hanno rappresentato il mio standard di ciò che fosse considerabile fico. Il criterio adoperato era molto semplice: quello che piaceva loro era fico, quello che non piaceva loro era da sfigati.

Alle volte i loro gusti, che piano piano contribuivano a formare i miei, aderivano a una qualche logica e coerenza, rispondevano alle caratteristiche di un determinato tipo umano: quindi Eminem era da fichi, Justin Bieber da sfigati; Breaking Bad era da fichi, Grey’s Anatomy da sfigati. Altre volte i giudizi estetici dei miei cugini avevano a che fare più coi loro gusti personali. Io non notavo più di tanto la differenza: quindi il metal era da fichi, la vodka da sfigati; gli scacchi da fichi, i cappelli invernali da sfigati.

Non vedevo molto i miei cugini, perché abitavamo in regioni diverse. Natale e il mese d’agosto, quindi, rappresentavano i due momenti dell’anno in cui avevo l’occasione di aggiornare i miei gusti emulando i loro, andando a formare un altro pezzettino della mia fragile identità.

Un’estate rincontrai mio cugino dopo sei mesi. Indossava una t-shirt la cui stampa ritraeva la versione cartoon di John Travolta e Samuel Lee Jackson, con le pistole in mano e i completi macchiati di sangue. Un riferimento all’iconica scena di Pulp Fiction. Se mio cugino indossava quella t-shirt di sicuro doveva ritenerla una cosa fica, quindi giocai di anticipo e gli feci i complimenti per la sua maglietta.

“Bella vè? Pulp Fiction, lo conosci?”

Questa fu la sua risposta. Il processo per cui imparavo cosa fosse fico osservando i gusti dei miei cugini era un processo del tutto intimo e personale. All’esterno cercavo di dissimularlo il più possibile, soprattutto evitando di far notare la mia ignoranza su quelle stesse cose che i miei cugini adoravano o detestavano. La prima volta che mio cugino mi fece ascoltare Creep dei Radiohead, ad esempio, finsi di canticchiarne il ritornello.

Così, quando mio cugino mi chiese se conoscessi Pulp Fiction, mi limitai a rispondere “Ovvio” anche se non avevo la benché minima idea di cosa stesse parlando. Promisi a me stesso di colmare le lacune appena tornato a casa, grazie alla preistorica connessione a internet di cui da poco la mia famiglia disponeva.

Me ne dimenticai. Così al posto di internet, fu il mio inconscio, in maniera del tutto autonoma, a costruire piano piano per me una definizione di cosa fosse Pulp Fiction. Fino a quando l’evidenza della vita non intervenne (circa un anno dopo) a distruggere quella mia auto-generata definizione io rimasi convinto che Pulp Fiction fosse il peculiare stile di disegno con cui erano stati rappresentati Vincent Vega e Jules Winnfield.

Nei mesi a seguire avrei visto altre magliette su cui erano stati raffigurati altri personaggi della cultura pop con quello stesso stile di disegno, che oggi credo non abbia neppure un nome. Nel vederli, e magari anche nel riconoscerli come Freddy Krueger o Harry Potter, io avrei pensato fra me e me che erano stati disegnati nello stile Pulp Fiction.

Il rosso e il cerchio 

Immaginiamo un bambino molto piccolo, che sta imparando a parlare. I suoi genitori s’impegnano molto ad insegnarglielo. Di fronte a sé il bambino ha tre figure: un cerchio rosso, un triangolo verde e un quadrato blu. I genitori del bambino indicano il cerchio rosso e gli dicono “Questo è rosso”, poi gli indicano il triangolo verde e dicono “Questo è verde”, fanno lo stesso con il quadrato blu. Come facciamo a essere sicuri che il bambino collegherà il significato dei nomi che ha appena ascoltato ai colori delle figure e non alle loro forme?

Immaginiamo che dopo un po’ di fatica, sul volto del bambino appaia un’espressione che lasci intendere che abbia capito. I diligenti, ma a questo punto anche un po’ diabolici,  genitori potrebbero indicare le stesse tre figure, ma questa volta esclamando: “Questo è un cerchio”, “Questo è un triangolo”, “Questo è un quadrato”. Che espressione apparirà questa volta sul volto del bambino?

Una domanda simile sel’è posta uno dei più geniali autori della storia della filosofia, Ludwig Wittgenstein. Le sue risposte sono contenute ne Le ricerche filosofiche, un classico del pensiero occidentale. Per capire l’incredibile caratura intellettuale di quest’opera si pensi che, come spesso è accaduto nella storia della filosofia, nel libro l’autore argomenta le sue tesi in polemica con autori precedenti. Nell’argomentare le sue idee parte insomma dalle tesi di questi ultimi per ribaltarle. Fra questi bersagli polemici ne spicca uno in particolare: Wittgenstein stesso.

Non più d’accordo con sé stesso, e in particolare con il sé stesso del Tractatus logico-philosophicus, Wittgenstein decise di elaborare e argomentare nuove idee, che smentissero le precedenti. Il tutto nella piena consapevolezza che questa operazione avrebbe rappresentato un rischio enorme per la sua rosea e avviata carriera nell’olimpo del pensiero analitico dell’epoca, vale a dire l’Università di Oxford, affianco a gente del calibro di Bertrand Russell e Gottlob Frege. Un’onestà intellettuale che, con l’unica eccezione di Socrate, non ha pari nella storia della filosofia.

Nel testo, Wittgenstein cerca di dimostrare che l’apprendimento del linguaggio, e il linguaggio in generale, non hanno a che fare esclusivamente con l’uso descrittivo che se ne può fare. Per l’autore “Chi descrive in questo modo l’apprendimento del linguaggio pensa […] anzitutto a sostantivi come «tavolo», «sedia», «pane» e ai nomi di persona, e solo in un secondo tempo ai nomi di certe attività e proprietà; e pensa ai rimanenti tipi di parole come a qualcosa che si accomoderà”. 

Ma le attività e le proprietà non sono qualcosa che deve accomodarsi. Anzi, le attività in particolare sono l’uso principale del linguaggio. Non tanto perché lo scopo del linguaggio è descrivere questa attività, ma perché il linguaggio stesso è un’attività. Per Wittgenstein Il linguaggio non è più una rappresentazione dei fatti, ma è una forma della vita. Il linguaggio vive nella pluralità della vita.

Per quanto riguarda invece gli attributi, Wittgenstein scrive:

colui al quale do una definizione ostensiva del nome di una persona potrebbe interpretarlo come il nome di un colore, come la designazione di una razza o addirittura come il nome di un punto cardinale. Ciò vuol dire che la definizione ostensiva può in ogni caso essere interpretata in questo e in altri modi.

Cose come i colori, le forme o i numeri, possono essere definite ostensivamente soltanto se la persona che dovrebbe recepire la definizione ha una conoscenza pregressa di cosa sia un colore, una forma o un numero.

Il nostro bambino, che sta giustappunto imparando a parlare, non possiede queste nozioni preliminari e si ritroverà ostaggio dell’ambiguità.

Siamo convinti, in una qualche maniera, che apprendere il linguaggio consista nel “denominare le cose”. Ma, come fa notare giustamente Wittgenstein, con il linguaggio facciamo moltissime cose diverse dal semplice nominare o denominare le cose. “Si pensi soltanto alle esclamazioni. Con le loro funzioni diversissime. Acqua! Via! Ahi! Aiuto! Bello! No! Adesso sei ancora disposto a chiamare queste parole ‘denominazioni di oggetti’?”

Siamo disposti a chiamare “Pulp Fiction” “denominazione di oggetti”?

Lo conosci?

Cosa voleva chiedermi mio cugino con quella domanda? Spogliandola di un po’ dell’ambiguità che si porta dietro sarebbe apparsa più come un “lo ha visto?” Forma abbreviata del più esplicito “lo hai visto questo film?” Chiedendomi se lo conoscessi, eliminando il riferimento alla natura di quel prodotto culturale, mio cugino poteva star sottintendendo moltissime cose: poteva star sperando in una mia risposta affermativa, la quale mi avrebbe portato ancora una volta dalla sua parte della barricata, quella di chi conosce e apprezza le cose fiche; poteva star sperando in una mia risposta negativa (e aveva di che sperare) così da sfruttare l’occasione per esibirsi in un lungo e superfluo spiegone di critica cinematografica, tipico di certe adolescenze; poteva essere una semplice espressione sorpresa, o retorica.

In ogni caso, in quell’occasione mio cugino adoperò il linguaggio per quello che è il suo uso principale: quello strumentale. Chiedendomi se conoscessi quella cosa, piuttosto che se l’avessi vista, aveva aggiunto una certa dose di ambiguità, consapevolmente o meno, per perseguire uno scopo. Per dirla con Wittgenstein, mio cugino aveva usato una sfumatura di una forma linguistica per agire all’interno della sua forma di vita.

Quell’ambiguità, però, non è un dettaglio. Scrive Wittgenstein:

“I problemi che sorgono a causa di un fraintendimento delle nostre forme linguistiche hanno il carattere della profondità. Sono inquietudini profonde; sono radicate così profondamente in noi, come le forme del nostro linguaggio.”

È proprio nella frattura della conversazione, nell’incomprensione, che emerge la vera natura del linguaggio. E se a questa incomprensione se ne aggiungono altre, che si stratificano fra di loro, il risultato che emerge è una deviazione non soltanto del linguaggio ma anche del pensiero. Questo vale tanto per le mie credenze sul significato dell’espressione “pulp fiction” quanto per le questioni filosofiche, che, non a caso, il filosofo viennese definiva “fraintendimenti del linguaggio”. Scrive ancora Wittgenstein:

“Quando i filosofi usano una parola – ‘sapere’, ‘essere’, ‘oggetto’, ‘io’, ‘proposizione’, ‘nome’ – e tentano di cogliere l’essenza della cosa, ci si deve sempre chiedere: Questa parola viene mai effettivamente usata così nel linguaggio, nel quale ha la sua patria? Noi riportiamo le parole, dal loro impiego metafisico, indietro al loro impiego quotidiano.”

Il significato di una parola o di un’espressione, quindi, risiede più nel suo uso quotidiano che in quello metafisico, in una sorta di essenza trascendente. A seconda delle circostanze, l’espressione “Pulp Fiction” può significare tanto “film del ‘98 diretto da Quentin Tarantino”, quanto “prodotto culturale generico, stampabile su t-shirt, che se conosciuto ha il potere di rendere  «un fico» il conoscente.”

“ovvero”, ovvero sulla correttezza

Il punto è che questo fenomeno accade di continuo con il linguaggio. È in base a questo fenomeno che il linguaggio evolve e si modifica. Per dirla ancora una volta con le parole di Wittgenstein: 

“Il fatto fondamentale, qui, è che noi fissiamo certe regole, una tecnica per un giuoco, e poi, quando seguiamo regole le cose non vanno come avevamo supposto. Che dunque ci impigliamo, per così dire, nelle nostre proprie regole.”

“Impigliarsi nelle regole del linguaggio” è una delle pratiche fondamentali dell’essere umano. Per tornare all’esempio che mi coinvolge in prima persona, sulla base di questi inciampi il me stesso adolescente andava costruendo la sua identità, andava affinando il suo sguardo sul mondo.

Allo stesso tempo, il bambino che impara a parlare, superando gli ostacoli del linguaggio, non ingloba soltanto dentro di sé un nuovo nome, come se fosse una specie di vocabolario vivente, ma insieme al nome apprende anche un significato, o, meglio ancora, una molteplicità di significati potenziali. Insediandosi nelle pieghe del linguaggio, il bambino impara, piano piano, a destreggiarsi fra le sfumature del rosso o del blu; nominando le forme dà vita di fatto agli oggetti, che altrimenti non esisterebbero neppure in quanto tali. Come si potrebbe distinguere un quadrato blu da un cerchio rosso se non nominandoli come “quadrato blu” e “cerchio rosso”?

Un esempio perfetto di come questa ambiguità s’insinua di continuo nel linguaggio quotidiano può essere la parola italiana “ovvero”. Stando al suo significato “corretto”, ovvero a quello riconosciuto dai vocabolari e dalle accademie, la parola non è altro che un rafforzativo della disgiunzione “o”. Dal punto di vista formale ha lo stesso identico valore dell’espressione “oppure”. Uno dei suoi usi più diffusi nella storia, al pari dell’espressione “ossia” è stato quello di introdurre un sottotitolo. Tuttavia, credo sia esperienza di molti un uso piuttosto differente dell’espressione, spesso utilizzata nel linguaggio quotidiano in funzione esplicativa, al pari di “cioè”. Quest’ultimo uso evidentemente confina la natura disgiuntiva dell’ovvero ad alcuni casi peculiari, quelli in cui gli elementi da disgiungere sono equivalenti non soltanto nel valore ai fini di una scelta, ma anche nel significato.

Facciamo un esempio: “Quel tipo laggiù è Mario, o Il Signor Rossi, oppure il figlio di Luigi, ovvero il padre di Alessia. Insomma, chiamalo come ti pare!” Solo alla fine della frase scopriamo che le disgiunzioni non servivano a distinguere persone diverse, ma soltanto nomi diversi per la stessa persona. Se la frase fosse stata soltanto: “Quel tipo laggiù è Mario, o Il signor Rossi, oppure il figlio di Luigi”, probabilmente avremmo pensato a qualcuno che non riesce a decidersi fra tre soggetti, magari perché la persona in questione è troppo distante e non riesce a riconoscerla del tutto. Ma se invece la frase fosse stata: “Quel tipo laggiù è Mario, ovvero il signor Rossi, ovvero il padre di Alessia, ovvero il figlio di Luigi”. Credo che quasi nessuno avrebbe avuto difficoltà nel capire che si stesse parlando della stessa persona.

Quasi nessuno. Potrebbero infatti avere una certa difficoltà gli avvocati, o in generale tutti quelli che hanno quotidianamente a che fare con il linguaggio giuridico. In questo specifico contesto, infatti, l’espressione “ovvero” conserva la sua natura disgiuntiva.

Tuttavia, immaginiamo un notaio che, al bar con gli amici, chiedesse a uno di questi: “Tu prendi una birra ovvero una coca cola?”. Siamo disposti ad affermare che sta usando correttamente il linguaggio?

In questo specifico caso, la “correttezza” aggiunge ambiguità, piuttosto che toglierla.

Capita che, quando l’ambiguità del linguaggio crea grossi problemi, ad esempio di natura politica, o addirittura militare, ci sia chi si appelli alla correttezza per dirimere i conflitti. Ma, evidentemente, la correttezza da sola non basta. Anzi, come abbiamo visto, in alcuni casi rischia di perseguire obiettivi opposti alle intenzioni.

Per quanto, insomma, “sesquipedale” e “idiosincratico” possano a volte rendere esattamente la sfumatura di significato che si vuole trasmettere, se l’interlocutore non possiede il potenziale di quel significato la parola non può che giungergli come un suono confuso e insensato. Una perifrasi, o un sinonimo un po’ meno “corretto” svolgono decisamente meglio il lavoro.

Parla come mangi 

Tutte queste speculazioni teoriche, che sembrano risiedere esclusivamente nell’iperuranica forma del discorso filosofico, hanno delle conseguenze immensamente pratiche. Il fatto che i nomi non possiedano in sé i propri significati, ma che anzi si comportino da catalizzatori di significato del tutto dipendenti dall’uso, comporta tutta una sorta di doveri per chi quei nomi li utilizza. Più che il ricercare la correttezza, ogni persona ha innanzitutto il dovere di cercare di capire fino a che punto si estenda il campo semantico delle parole che sta utilizzando, e, in caso di possibili ambiguità, di riportare quel campo stesso su un terreno più solido e accessibile.

Cosa influisce sulla solidità o accessibilità di questo terreno è presto detto: per prima cosa gli altri partecipanti alla conversazione, attuali o potenziali che siano.

Così come l’avvocato a cena con gli amici non può permettersi di usare “ovvero” nella sua forma “corretta”, allo stesso modo chiunque parla, o scrive, deve sempre avere bene a mente le orecchie o gli occhi ai quali si sta rivolgendo.

Per intenderci: mi ha sempre affascinato il modo di dire “parla come mangi”. Si tratta di un rimprovero rivolto in generale a una persona comune, un amico o un conoscente, che si presume mangi generalmente in modo comune, una cucina semplice e casalinga, e che per questa ragione dovrebbe accordare il modo in cui parla a questa stessa semplicità, lasciando le finezze del linguaggio a chi vive una vita raffinata in toto, testimoniata in questo senso da un modo di mangiare altrettanto raffinato.

Ma oltre a questa prima e intuitiva interpretazione credo che l’espressione “parla come mangi” sia passibile di almeno un’altra lettura, non per forza immediata. Mangiare è una pratica straordinariamente comunitaria, passibile di grandi differenze sociali e culturali, ma caratterizzata da un minimo comune multiplo: la tavola. Che sia effettivamente un tavolo attorno a cui si riuniscono i commensali o che si tratti più allegoricamente del concetto di “pasto condiviso”, la tavola è un incredibile aggregatore sociale. Questo aggregatore è caratterizzato dal fatto che chi partecipa alla pratica condivide lo stesso cibo, o quanto meno lo stesso tipo di cibo. Per quanto uno possa essere abituato ai ristoranti raffinati, se va in pizzeria con gli amici, tendenzialmente mangerà una pizza. In questo senso “parla come mangi” può significare “tieni conto del contesto, regola il tuo linguaggio al tenore della conversazione”.

Sia chiaro, non mi sto riferendo esclusivamente a una banale questione di registri linguistici, ma, ancora una volta, ai significati propri delle parole. Alla contrazione o espansione che il campo semantico di quest’ultime subisce ad ogni conversazione, proprio in base al contesto.

La prossima volta che sei a cena con gli amici, insomma, ricordati che “natura” probabilmente significherà “foreste, alberi e animali selvatici” e “cultura” evoca “libri, film d’autore, musei e mostre d’arte”. Non pretendere che le questioni filosofiche e metafisiche entrino nel linguaggio quotidiano e ricordati che, semmai, come ci ha insegnato lo zio Wittgenstein, è proprio il linguaggio quotidiano, quello della cena con gli amici, che ha generato le questioni filosofiche e metafisiche, a via di continui fraintendimenti.

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