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GABRIELE MAINETTI: ELOGIO AI FREAKS

Che ci faccio qui? è una domanda che ha perseguitato tutta la mia adolescenza.

Allora non sapevo che altre domande, più importanti, si ponevano: come arrivare alla fine del mese, come sturare il lavandino, pagare l’affitto…domande legittime. Non le disprezzo. Me le pongo sempre più spesso, tant’è che alla prima domanda non ho ancora trovato risposta.

Un quesito che la maggior parte della popolazione, ahimè, non si pone lontanamente. Un dubbio per gli emarginati relegati nei bassifondi di questa società. Loro sì, gli ultimi, gli “scarti” di questo misero mondo non si trovano nell’erranza per accidente ma per essenza Convengo che questa domanda non serve a granché: non a far funzionare un’impresa, una famiglia né a generare impiego.

Ma se guardate un film di Gabriele Mainetti dovete ben porvela di tanto in tanto.

Gabriele Mainetti, regista romano che negli anni ha creato un genere tutto suo nel panorama cinematografico italiano, un unicum che si destreggia tra un realismo nudo e crudo shakerato con un pizzico di magia, un realismo magico degno dello scrittore Gabriel Garcia Marquez. Uno dietro la macchina da presa, l’altro dietro una macchina da scrivere.

Questa volontà di Mainetti di mischiare il fumetto e la figura del supereroe con la realtà empirica rendono le sue storie una metafora esplicativa del mondo odierno, in cui tutte le contraddizioni di questa società emergono in superficie come legna sulla battigia dopo una mareggiata.

È il caso, per esempio, di Tiger Boy, sesto cortometraggio realizzato da Mainetti e uscito nel 2012.
Il film è frutto del sodalizio tra il regista romano e lo sceneggiatore Nicola Guaglione: i due avevano già lavorato assieme nel 2004 per il cortometraggio Il produttore, e per il corto Basette, finalista al David di Donatello 2009, e adesso per Tiger Boy, vincitore del  Nastro d’Argento 2013 e in shortlist ai premi Oscar 2014 per il miglior cortometraggio.

Mainetti e Guaglione (allievo di Leo Benvenuti) hanno proseguito lavorando al primo lungometraggio del regista romano: Lo chiamavano Jeeg Robot (2015), per poi consacrarsi con la meravigliosa follia di Freaks Out. Il secondo lungometraggio ha ottenuto ben 16 candidature ai David di Donatello 2022, tra cui miglior film e miglior regia. Due lungometraggi, due storie che riescono a stupire e intrattenere: Mainetti è quel regista che ti fa credere che anche in Italia si possa fare un film di genere senza associarlo alla cinematografia estera, distaccandosi sia dalle maxi-produzioni americane, che dalla comicità standard e superficiale dalla facile risata. Anche questa volta Gabriele Mainetti vede fuori dagli schemi, si distacca dai canoni classici e ripropone un cinema che sul nostro suolo sembra quasi si abbia paura ad andare a toccare.

Roma, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, un gruppo di quattro circensi, proprietari insieme a Israel (uno splendido Giorgio Tirabassi) del Circo Mezzapiotta, proseguono la loro odissea nel bel mezzo dell’occupazione tedesca. Questi artisti possiedono superpoteri fuori dal comune, una sorta di Fantastici Quattro all’italiana: composti da Fulvio, un verace lupo mannaro romano colmo di forza e cultura, magnificamente interpretato da Claudio Santamaria, passando per il nano calamita, ovvero Carlo, interpretato da Gianni Parisi; fino allo splendido Cencio, di Pietro Castellitto, che ha il potere di spostare e attirare insetti in qualsiasi direzione. Infine, Matilde, Aurora Giovinazzo, è il vero motore di Freaks Out. Una caratterizzazione perfetta da parte del regista e un’interpretazione talentuosa e completa che segna il filo conduttore dell’intera pellicola.

Matilde, come Enzo Ceccotti in Jeeg Robot e Matteo in Tiger Boy, fanno parte della stessa classe di inetti che questo mondo rifiuta, relega ai margini. Assoggettati a una società sempre più impersonale, cinica e inetta si sentono incompresi e non possono che rifugiarsi dietro la loro maschera da supereroe. Mainetti gioca su questa via d’uscita metaforica, ama prepararci, sa che al giorno d’oggi per uscire da determinate situazioni occorre avere dei “superpoteri”.

Nell’iconografia comics non può mancare il villain, Franz (Franz Rogowski), celebre pianista con sei dita, proprietario del Zircus Berlin, un progetto fatiscente, degno della propaganda del Terzo Reich, che registra il tutto esaurito ad ogni evento. Franz, dipendente dall’etere, attraverso i sogni riesce a prevedere il futuro: la Germania perderà la guerra, Hitler si suiciderà e saranno tutti processati a Norimberga. Cercherà così di scovare i quattro supereroi per arruolarli nelle truppe tedesche cercando di ribaltare le sorti della guerra.

Il prologo è di altissimo livello e potremmo spendervi lodi senza limiti. La presentazione del Circolo Mezzapiotta ci immerge immediatamente in una dimensione fiabesca. L’introduzione dei poteri di ognuno – ottenuta sulla base delle dinamiche circensi – appare senza dubbio originalissima, oltre che particolarmente evocativa per le sue immagini.

Questa prima scena duratura, densa, impeccabile in cui si introducono le dinamiche che faranno da cornice a tutto il film, è un evidente richiamo a Inglorious Basterds di Quentin Tarantino: l’occupazione tedesca come cintura di un mondo che prova ad andare avanti, ma inevitabilmente si scontra con la cruda realtà del secondo conflitto mondiale. In una guerra non ci sono vincitori. Solo sconfitti.

Nel film di Tarantino la quiete delle dolci campagne francesi viene interrotta dalla visita del Colonnello delle SS Hans Landa, in cerca di una famiglia ebrea, i Dreyfus, che sospetta trovi rifugio presso la fattoria del signor LaPadite. I colpi di fucile dei soldati tedeschi destruttureranno l’armonia creatasi fino a quel momento. In Freaks Out l’evento sconvolgente che deturpa l’equilibrio fiabesco è scatenato dalle bombe che squarciano i tendoni del Circo Mezzapiotta, provocando la morte dei gran parte dei presenti. In questo preciso momento Mainetti riesce a rapire lo spettatore catapultandolo – attraverso la tecnica dell’ocularizzazione esterna – nella tragicità di un bombardamento. I continui ribaltamenti della camera descrivono l’esplosione come una delle scene più preziose dell’intera opera cinematografica.

In questo secondo lungometraggio, però, Mainetti si distacca volontariamente dalle dinamiche storico-ideologiche della guerra, cercando di inquadrare il tutto in una cornice fissa, differenziandosi per il resto del film da Inglorious Basterds. Sì, perché Mainetti e Guaglione sembrano confermare la loro predilezione per le storie dei personaggi a discapito di una visione meramente politica della vicenda. Tutto ciò si riflette nei freaks, che invece di sfruttare i loro poteri per decidere le sorti del conflitto, rimangono focalizzati nella loro dimensione di accattoni e “scherzi della natura”, incapaci di redimersi da una società in completo smantellamento.

Il realismo magico che accompagna la narrazione è perfetto in ogni suo elemento e consacra il cinema di Mainetti, che a dispetto dei più considero rivoluzionario riuscendo nell’intento di dar voce agli ultimi. Compito tra i più ardi.

Unica pecca, la seconda parte del film risulta essere troppo pomposa, lenta, quasi un esercizio di stile fine a sé stesso. Ma si può rimproverare a un innamorato tanta attenzione per l’oggetto del suo amore? Non è forse questo che chiediamo quando ci immergiamo nel buio della sala? Se non facciamo la domanda, non avremo risposta. Tutto qui.

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