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CROLLO VERTICALE

Nonostante la catastrofe fosse imminente, la città era in fermento. Un brulichio la percuoteva di giovani e diseredati, di ottimisti rinnegati e pessimisti soddisfatti. Una minoranza era invece fuggita, tentando di salvarsi. Erano i pochi che non potevano sopportare la vista di una Milano impazzita, a sentir loro, dove gli abitanti affollavano le strade solo dalle cinque della sera fino all’alba, di corsa non per i lavori, le mostre o gli aperitivi, ma per far baldoria o saccheggiare i negozi d’alta moda. La maggior parte degli abitanti era deragliata dai binari della civile convenzione, al pari dei tram color d’arancio che, guidati oramai solo dagli ubriachi o dai curiosi, giacevano ribaltati sul fianco per le vie della città, come carcasse d’elefanti. La Grande Raggera, un tempo rotismo diligente dell’economia internazionale, vorticava ora impazzita come una girandola che capiti in mano alla frenesia d’un bambino. A guidare i festeggiamenti erano i grandi balordi milanesi, animali da festa ricchi e spensierati, finalmente liberi dalle pressioni parentali riguardo a scialbi futuri rispettabili. Li potevi subito riconoscere come mastri festaioli, dalle camicie colorate aperte sopra i petti glabri, e dalla dimestichezza con cui dirigevano le folle verso i locali dai magazzini più forniti, o nei salotti dove sapevano di poter trovare le droghe, tra le più svariate. Nessuno comprava, nessuno vendeva, ognuno rubava e poi condivideva. Tanto, in pochi mesi, settimane, forse giorni, a volte sembrava che dovesse succedere di lì a poco, tutto sarebbe svanito nel nulla.

La notizia era arrivata così, all’improvviso. Da qualche mese, a Milano erano in corso i preparativi per le Olimpiadi Invernali. La città si smontava e divorava, per ricostruirsi ancora più ambiziosa. Essa era luce, emanata da nuovi e fiammanti grattacieli di cristallo, nell’oscurità di un’Italia sempre più in crisi; una crisi da cui l’amministrazione, peraltro, seppe magistralmente trarre vantaggio. In un guizzo di genio imprenditoriale, il Comune aveva acquistato in saldo da un piccolo paese dell’Abruzzo la sua porzione di Mare Adriatico. Questa fu subito utilizzata in una grande opera architettonica che, per mancanza di fantasia, si finì per chiamare “Mare Verticale”: un gigante cilindro di vetro dalle fondamenta di cemento, con dentro contenuto il mare abruzzese. Tuttavia, nel marasma di progetti e cantieri, il cilindro venne depositato in qualche periferia, e lì, dimenticato. Come di sopra, anche di sotto la Bestia Lombarda proseguiva la sua muta. Le linee della metropolitana vennero estese fino a Chamonix, Santa Margherita e la Riviera Romagnola, e altre due vennero aperte promettendo di collegare la città fino al Salento e alla Sardegna. Tutto questo costruire sopra e bucare sotto, tuttavia, trasformò Milano in un gigante dal corpo di cemento e i piedi di polenta. Alcune scosse di terremoto iniziarono a far vibrare la città. I primi a collegare lo sviluppo edilizio al dissesto geologico, furono ovviamente tacciati di pessimismo, e zittiti. Quando le scosse non si poterono più ignorare, si verificò la più grande delle beffe. Ingegneri, geologi e urbanisti dovettero convenire: le fondamenta della città erano ormai ridotte a groviera, e Milano stava per sprofondare; condannata dal suo stesso peso, aggiunsero i dietologi. In quel maggio la nebbia era ormai svanita, e aveva depositato su tutto un velo di tetra e disperata chiarezza.

Ci furono cortei, convegni e riunioni per invocare una soluzione, reclamare il diritto alla sopravvivenza. Intanto, vennero organizzate grandi mostre con opere inviate da artisti di tutto il mondo. Questo distrasse per un po’ i milanesi, finché non si capì che gli “artisti”, stanchi di pagare le spese di deposito, avevano regalato ai musei i loro lavori peggiori, sperando finalmente di disfarsene nella voragine che avrebbe inghiottito la città. I grandi negozi del centro, intuendo a loro volta che da lì a qualche mese non se ne sarebbero fatti assolutamente nulla di tutti quei capi di alta moda, impilati in magazzini chilometri e chilometri sottoterra, cominciarono a fare offerte scandalose. Ma presto, nei milanesi scemarono contemporaneamente l’impeto della protesta, l’interesse per i vernissage e la pazienza nelle file alla cassa.

Di comune e tacito accordo, i cittadini di ogni classe sociale cominciarono a impossessarsi delle strade sgombre dai poliziotti (i primi a tornare dalle loro famiglie, in giro per l’Italia), a perdere l’abitudine all’acquisto e a praticare un’economia del godimento. Chi fosse arrivato di quei tempi, sarebbe stato accolto da un’atmosfera gaia, dal canto di un popolo deciso finalmente a adoperare tutta l’abbondanza di cui finora era stato custode, addetto alle pulizie, oppure umile e incosciente accumulatore. I grossi complessi, prima svenduti e poi abbandonati, in zona Cascina Merlata, Pero, ma anche i transatlantici bianchi di CityLife, pian piano presero vita, popolandosi di giovani provinciali, da sempre ammaliati dal mito di Milano. Migrarono giovani da ogni parte della Regione e d’Italia, che subito approfittarono della situazione per dare vita a feste scatenate. Queste prima si tennero nei posti canonici, come Piazza Leonardo, o la cima della Montagnetta di San Siro, e in estate una comune di artisti e circensi montò spettacoli e tendoni nel grande Bosco In Città, alla periferia Ovest. Nelle ricche case del centro, occhi e orecchie borghesi speravano che la foga di vita delle periferie facesse breccia nei bastioni per portare un po’ di dionisiaca foga anche sui sanpietrini di porfido, oltre che nei parchi resi sabbiosi da diverse stagioni di siccità. Ma per il centro, i ragazzi avevano in piano una grande festa, la festa definitiva, la festa dell’Apocalisse. Di questa festa si iniziò a fantasticare da Niguarda a Rogoredo, finché la voce non sconfinò, raggiungendo le più remote periferie d’Italia. Non era tuttavia per la festa che, da Tortoreto Lido, una mattina di giugno anche Marina si ritrovò in città.

In Piazza Duca d’Aosta, Marina ricontrollò sul cellulare le indicazioni per raggiungere il Bosco in Città dalla Stazione Centrale. Un vecchio amore finito male l’aveva contattata e l’aspettava là, al campo dei circensi. Non era di certo per rivedere lui, però, che Marina era uscita dalla sua cameretta buia. Non era facile per lei tornare a Milano, dopo quei mesi difficilissimi trascorsi in un gelido squat di Corvetto, con il suo amore finito male, tentando di cavarsela facendo enormi e sceniche bolle di sapone ai semafori o nelle piazze. Riflesso nelle bolle, Marina vedeva il suo mare, la sua spiaggia, e il treno che l’avrebbe riportata indietro. Tornando a Tortoreto, si era rassegnata alla vita di suo padre, lavorando come cameriera in uno stabilimento balneare nei mesi estivi, e arrangiandosi con vari espedienti durante l’inverno. Un prezzo accettabile, in cambio del suono della risacca a disposizione in ogni momento, o della frescura rigenerante dei tuffi da maggio ad ottobre; un prezzo inutile, da quando Milano aveva comprato il mare.

Caduta in uno sconforto totale, Marina si era rinchiusa in camera, priva di ogni desiderio, e aveva già perso chili e colore sul viso, quando le era arrivato quel messaggio. “L’ho trovato”, le aveva scritto quel vecchio amore. Un desiderio bruciante aveva iniziato a scaldarle il petto, una spinta all’esistenza come non la sentiva da anni, libera da calcoli o premure; e così, eccola camminare decisa per Piazza Duca D’Aosta, al contempo intimorita dallo strano silenzio che l’avvolgeva. Le arrivò una chiamata dal padre, preoccupato per la partenza repentina della figlia verso la città prossima all’implosione. Per tutta risposta, Marina buttò il telefono in un cestino, e scesa gli scalini del metrò trovò i controllori che giocavano a calcio tennis usando i tornelli come rete. Una volta scesa, si sistemò a metà banchina, in attesa del treno. Passò il primo, che proseguì però la sua corsa a folle velocità lasciando Marina totalmente stranita sulla banchina. Dai portelloni spalancati le era parso di vedere uomini e donne vestiti – se vestiti- in modo sgargiante, intenti a spogliarsi e amoreggiare con i vicini di destra, di sinistra, di sopra e di sotto. 

Passarono ancora un paio di treni, prima che Marina si decidesse a catapultarsi nel vagone in movimento. Fu come tuffarsi in un girone infernale di sudore, gemiti e pelli sudate bianchicce di neon. Chiuse gli occhi e si tappò le orecchie, per proteggersi dal rombo assordante del treno ma, nel buio delle palpebre, subito avvertì qualcosa di umido premerle con forza le labbra. Una forza inaspettata si fece largo nella sua paura, quindi un pugno, nello stomaco impreparato del suo seduttore. Nonostante mancasse da qualche anno da Milano, non aveva perso gli anticorpi alla sfrontata confidenza dei viscidi della metro. Quando aprì gli occhi, un ragazzetto di diciotto anni giaceva a terra dolorante e, particolare che la terrorizzò, sghignazzando con bianche zanne di giovane predatore. A Gioia, il treno si fermò. Sulla banchina una banda di tamburi e ottoni stava improvvisando un jazz, e tutti uscirono per concedersi un ballo, o per fare pipì nei cestini della metro. La musica distrasse Marina facendola ballare, mentre attorno nasceva una festa di larghi fianchi e mani che la cercavano per farla roteare. Finalmente più leggera, perse però un poco di attenzione, ricadendo fra le braccia ossute e pallide del suo aggressore.

“Balli spesso sulle banchine?”

Marina distolse a fatica lo sguardo da quegli occhi verde muco. Sotto i ricci unti del viscido, le pupille si fecero di fuoco.

“Cosa fai, non mi guardi? Io ti amo…Guardami!”

Un grido squarciò l’aria, la musica si interruppe, e fu quindi la folla a salvare Marina, in un flusso imbizzarrito che strepitando tentava di rientrare nei vagoni. Lesta, la ragazza si liberò dalla presa del suo seduttore, e fece per uscire dalla stazione. Sulle scale, tuttavia, inciampò sul cranio spappolato del sassofonista; il sax gli penetrava il palato fino su al cervello, e i bulbi oculari iniettati di sangue gli strabordavano dalle orbite. Marina, paralizzata, sentì i conati risalirle dallo stomaco, mentre lasciava che la ghermissero le stesse mani ossute da cui era appena fuggita. Nel treno il sangue dell’omicidio aveva sciacquato via ogni libido. Anche il tono del ragazzo si fece più sommesso, ora che al posto delle urla di godimento c’era un brusio da ora di punta. Si rivolse a Marina, ancora pallida di nausea.

“Dove stai andando?”

“Al Bosco…”

Marina vomitò. Il ragazzo scoppiò a ridere, e vedendola debole e indifesa, le rubò un altro bacio a stampo. Liberato lo stomaco dal terrore, Marina gli mollò un sonoro schiaffo, che fece vibrare di vergogna e rabbia il viso butterato del marpione. Poi a Garibaldi la corsa del treno si interruppe bruscamente, per un’ulteriore follia dell’autista di turno, facendo cadere rovinosamente Marina ed il suo gomito appuntito sui testicoli del ragazzo. La testa di lui rimase incollata al pavimento del treno ricoperto di sputi, spermi e preservativi usati, e Marina ne approfittò per fuggire, su per gli scalini della stazione. Si diresse alla banchina della Lilla e da lì, essendo la linea automatica, arrivò senza ulteriori scossoni fino allo Stadio. Uscita dalla metropolitana, iniziò a camminare in direzione opposta al centro, per raggiungere l’accampamento dei circensi. Il tramonto, rovente e afoso, iniziava ad abbozzare qualche sfumatura di fronte allo sguardo triste e stanco di Marina, e un odore acre di smog si mischiava ad un forte puzzo di campagna.

Marina si sdraiò ad una banchina del bus, esausta. Con la fronte appoggiata al vetro della banchina, avvertiva il rombo delle macchine che, nella direzione opposta, sfrecciavano a velocità inusitate lungo il rettilineo che collega Via Novara alla Piazza Zavattari. Nella direzione di Marina, la strada era deserta, e completamente coperta di merda di cavallo e di paglia. A un certo punto, si udì un trotto cadenzato. Apparve una curiosa carovana di cavalli, cavaliere e cavalieri. Una fantina in completo blu guidava la spedizione come un’amazzone borghese. Fu lei che, forse innamorata della piccola abruzzese, forse impietosita, caricò Marina sul suo cavallo, rassicurandola con dolci carezze quando la sentiva farneticare “Bosco, bosco…”. Sulla soglia di un grande parco, la carovana si interruppe. Esseri umani e cavalli si scambiarono uno sguardo di intesa, tendendo un filo che univa musi sbuffanti e sorrisi entusiasti; un filo che a una certa si ruppe. I cavalli impazzirono, e cominciarono a cavalcare lungo il Parco di Trenno, sotto il cielo bruno della Pianura Padana. “Liberi dovete essere! Liberi!”


Marina fu rivitalizzata dalle urla dell’amazzone. In lontananza, vide che i cavalli si imbizzarrivano all’altezza di risaie in secca, dove disarcionavano i propri cavalieri sopra soffici mucchi di sterpaglie. Anche la sua giumenta bianca accelerava il passo verso quella cascata umana. Quando si alzò sulle zampe posteriori, Marina vide i contorni della luna che iniziavano a stagliarsi nel cielo serale. Continuò a guardarli da terra, dolorante ma felice. Di fianco a lei, stavano i confini alberati del Bosco, da cui vide stagliarsi dei sottili pennacchi di fumo. I cavalli le indicarono la strada scappando lungo un sentiero sterrato che si perdeva nell’oscurità delle frasche. Tutti i cavalieri, doloranti, si guardavano l’un l’altro senza capire cosa stesse succedendo; solo l’amazzone, estasiata, sdraiata a terra sorrideva alla luna.

Entrata nell’accampamento, fece un veloce giro di ricognizione, per trovare i suoi. Un gruppo di ragazzi giocava con il fuoco, destreggiandosi in giochi d’abilità al ritmo sordo di un tamburo. Le tende erano sistemate sia nelle larghe radure, che in alcuni punti meno fitti del bosco. Non disse una parola, semplicemente si avvicinò a un gruppo di uomini, in mezzo a cui una pentola borbottava chiacchierando con il fuoco scoppiettante. Iniziò a cercare i suoi occhi, i suoi baffi, le sue sopracciglia e il suo mento affilato; li vide ridere e scherzare, con una ragazzina dai capelli azzurri. Marina si avvicinò lentamente a quel Genio della lampada, con i suoi pantaloni larghi e il gilet smanicato, sbottonato sui pettorali marchiati dal ricordo di una vecchia ustione, rimediata giocolando. Gli lanciò uno sguardo duro e ancora geloso, nonostante il tempo; lui si girò, e lei capì che non l’aspettava.

“Sei venuta…”

“Già. Dov’è?”

“Non so se abbiamo tempo”

“Cosa significa?”

“Li hai visti i cavalli? I cavalli non mentono mai”

“Se è per questo ho visto anche le persone. Questa città è diventata un fottuto casino, nessuno fa più caso a niente, è come se si volessero ammazzare dal piacere”

“I cavalli erano sempre stati sereni. Berisha, che ha fatto lo stalliere, dice che potrebbero aver sentito qualcosa”

Uno stormo di aironi, poiane, picchi, interruppe il Genio e si levò dal bosco, sciamando via verso Settimo come la folla fuori da San Siro al finale di partita. Il campo per un attimo si quietò, perché a tutti era ormai chiaro. Un fermento nuovo animò la piccola comunità. Le tende cominciarono a smontarsi, e i bivacchi ad essere abbandonati.

“Dove vanno tutti?”

“Vanno in Piazza Affari”

“Perchè?”

“Per la festa. Devo andare Marina, mi dispiace.”

Lui cercò di oltrepassarla, ma lei prontamente lo strattonò per il gilet, con decisione. Il Genio le ribatté concitato.

“Cosa c’è?”

“Prima voglio vederlo”

“Non c’è tempo, lo capisci?”

Lei con uno sguardo penetrante gli irrigidì le ciglia, fulminandone ogni battito.

“Tu mi hai portato qui, a vivere in case occupate e a fare l’artista di strada nella città più costosa del mondo. Tu mi hai lasciato, costringendomi a dar ragione ai miei genitori. Ora tu mi porterai a vederlo per l’ultima volta, o precipitare nel vuoto sarà l’ultimo dei tuoi problemi”.

Il Genio rassegnato la prese per un braccio, e si avviò. Lei lo fermò; da un’artista indaffarato, rubò un Tristring, un attrezzo formato da due lunghe stecche unite da un cerchio di corda bagnata, e un secchio, colmo d’acqua e sapone. Il Genio, sempre più spazientito, la trascinò fin dentro al bosco, i cui tronchi e gli stagni giacevano, per sempre bui e silenziosi: anche le raganelle e le lucciole sembravano infatti fuggite. Una scossa di terremoto spaventò il Genio, che aumentò il passo afferrando Marina per il polso. La trascinava di qua e di là, evitandole i frontali con i tronchi e i rami sporgenti. In una radura più ampia, oltre le risaie e i capannoni industriali, si fermò, e apparve, finalmente, il cilindro perduto. In lontananza, per chilometri e chilometri in altezza, alcune onde del Mare Adriatico languivano distanti in un’enorme prigione trasparente. Marina le riconobbe da come l’ultimo velo rosato di tramonto vi si specchiava dentro. Vedere lì il suo mare, come un poeta a cui abbiano mozzato la lingua e le dita, le graffiò il petto, poi la gola e le guance, con un pianto rassegnato, silenzioso. Anche il Genio, dacché era di fretta, si mise a contemplare.

“Avrei tanto voluto fare un ultimo bagno…”

“Prima di dimenticarselo facevano pagare un biglietto”

“Io l’ultimo bagno l’ho fatto il giorno prima che se lo portassero via; ho rischiato di finire in una di quelle grosse reti che hanno usato per pulirlo dai granchi, dalle tracine e dai rifiuti”

I due risero di gusto, quando una nuova scossa li zittì. Irrequieta, Marina prese il Tristring e il secchio, e iniziò a plasmare nell’aria grosse bolle di sapone, come quando bigiava la scuola per giocolare in spiaggia; o come a quel raduno di circensi, dove il Genio guardandola si era innamorato di lei. Tornò serena e distaccata, come non lo era da tempo. Ma un peso curvava i suoi occhi tristi. Il Genio, rapito, le passava una mano fra i capelli, tentando di decifrarne l’espressione.

“Cosa c’è Marina?”

“Ho paura”

“Non saresti dovuta venire. Giurasti di non tornare mai più, ho sbagliato a tentarti”

“Avevo anche giurato che non avrei mai più creduto ai circensi milanesi che mi dicono di lavorare in un circo, e invece fan l’elemosina ai semafori. Sto scherzando. Sapevo che dicevi la verità, questa volta. E comunque tu non centri nulla. Volevo salutare il mare”. Il Genio volle vendicarsi di quel distacco.

“Saresti dovuta rimanere a casa”

Innervosita, Marina tirò sugli stinchi del Genio un forte colpo con il Tristring. Il Genio stizzito non reagì, di fronte ad una rabbia che sentiva come giusta e naturale, un fulmine durante il temporale. Tentò solo di giustificarsi.

“Sarà solo Milano a sprofondare, tu potevi salvarti!”

“Ma dove finisce Milano?” gli sbraitò Marina in viso, urlandogli la rabbia di una Periferia grande come l’Italia. “Non sono forse Milano le vostre stazioni della metro, disseminate per tutto il Paese? Riesci a immaginare cosa gli succederà, quando i binari verranno risucchiati dalla vostra voragine?”

Una scossa fece oscillare il Mare Verticale, un’altra lo sbilanciò definitivamente. Marina si zittì, emozionata dalla caduta del gigante.

“Dobbiamo andare, Marina!” disse il Genio, completamente nel panico.

Marina, inforcati gli attrezzi del mestiere, ricominciò a fare bolle di sapone.

“Ti sembra il momento di fare le bolle, Marina? Le farai alla festa!”

“Ma io le voglio fare ora” rispose lei, candida. Come un meteorite, d’improvviso il cilindro terminò la sua caduta in un’esplosione devastante. Uno scroscio di vetri piovve sui due giovani, e da lontano, lo sciabordio di un’onda anomala diretta verso il Bosco diventava sempre più simile ad un ruggito di mille leoni. Il Genio si rassegnò e in ginocchio iniziò a pregare, così intensamente che quando una voce gli sussurrò all’orecchio, pensò di averla sognata.

 “Entra”

Quando aprì gli occhi, Marina sorrideva dall’interno di una gigantesca bolla di sapone, tenendo aperto un varco con l’aiuto delle stecche. Entrato il Genio, subito la bolla si librò nell’aria, leggera; in quel momento, l’onda apparve in tutta la sua devastante cavalcata verso la città. Milano, intanto, non si era accorta di nulla. Inizialmente, a Marina e il Genio parve quasi deserta, finché la bolla non raggiunse il centro. Sui Navigli, Ade, Eros e Bacco celebravano la morte, in bagordi ebbri e avvinazzati. I ponti sui Canali ormai eran trampolini, e non si poteva vedere uno spazio libero in mezzo ai corpi nudi che popolavano tutta la Piazza XXIV Maggio, rotolando sui sanpietrini o schiumando nelle acque della Darsena. Essa era ormai ridotta ad una calca di anime dannate, sballottate nella furiosa bufera di corpi di quel gigante baccanale, illuminate dalle fiamme dei falò e le luci arancioni dei lampioni. Invece, nelle varie vie che tagliando le circonvallazioni confluiscono nel centro, un gruppo di invasati si faceva braccare da camion dell’Amsa lanciati a tutta velocità, come da tori fra le strade di Pamplona. In Piazza Duomo, il Genio e Marina atterrarono. 

La cattedrale, nei suoi marmi maestosi, sembrava rimproverare la piazza vuota di non aver perseguito la via della speranza e della conservazione; la Madunina, pareva invece averne pietà. Come previsto, il cuore della festa era la Piazza degli Affari. Marina fece scoppiare la bolla con le labbra, e si fece guidare dal Genio. Quando arrivarono, la festa era al suo culmine: i giocolieri animavano con i loro giochi la piazza in moti vorticosi di acrobazie, gli attori recitavano le loro ultime tragedie ridendo a crepapelle, mentre i musici ininterrottamente drogavano i muscoli e le orecchie della folla di mille generi che si mischiavano in una confusione assoluta e perfetta. Quella Piazza era come Marina aveva conosciuto Milano; c’era il mondo a guardare, il mondo a suonare, il mondo a recitare, e il mondo pronto a dimenticare per ricominciare. Il terrore della fine sembrava uno dei tanti sabato sera milanesi, quelli che, prima della Catastrofe, servivano agli impiegati per sfogare l’ansia e la frustrazione, e per vivere, almeno una sera a settimana, l’illusione della libertà. Qualcuno si arrampicò sulla scultura di Cattelan, e vi staccò a picconate anche l’unico dito rimasto, per lanciarlo in mezzo alla folla, privando la statua del suo significato, e quindi della sua accusa a quella Milano morente ed impazzita. Di fronte a questa scena, Marina s’impaurì del nulla, della morte, dell’abisso. 

Il Genio della lampada era scomparso, lasciandola da sola. Le scosse si fecero via via più potenti, si sentirono crollare i palazzi sempre più vicino alla Piazza, e le persone iniziarono a girare in cerchio in un Sabba infernale, in un’ultima celebrazione collettiva di quel suicidio di massa. Marina avvertì che anche il Mare stava avanzando, e quando la Madunina dorata cedette sopra le macerie del Duomo in rovina, senza nemmeno pensarci si salvò, librandosi in un’altra bolla di sapone. Non vide nulla di ciò che le successe sotto. Un boato mai sentito coprì ogni altro rumore, e in un secondo fu il silenzio, e la morte. Non sapeva per quanto tempo la sua bolla avesse vagato nella notte. Si era addormentata, ma anche una volta sveglia gli occhi le erano rimasti serrati per il terrore. Immersi nella notte, i pensieri di Marina si erano fatti ancora più cupi. Forse sarebbe stato meglio lasciarsi andare, festeggiare, perdersi nell’edonismo sfrenato e rassegnato, forse non sarebbe stato giusto, ma lei sarebbe stata per lo meno felice, o almeno nelle condizioni di inseguire una presunta felicità!

Ora che invece aveva voluto sopravvivere a Milano e a tutto ciò che Milano si era trascinata dietro, che cosa le sarebbe rimasto? Dove sarebbe finita? Come fosse stata in grado di ascoltarne i timori, la bolla smise dolcemente di vagare nell’aria, poggiando Marina su una superficie soffice. Una volta aperti gli occhi, davanti le apparve il mare, e un’alba meravigliosa e azzurra. Libero dalla sua prigione di cristallo, e dell’indifferenza dei milanesi, il mare di Tortoreto si era preso la città. Qui e là rovine di palazzi vagavano come relitti della civiltà, e qualche corpo nudo riposava, sereno, ondeggiando dolcemente. La Madunina alla deriva urtò la bolla, il viso brillante e sereno rivolto verso il cielo. Il mare salutò Marina, con un salto di delfini. Marina fu indecisa se struggersi per la distruzione, o per la bellezza; ma infine sorrise al mare, e decise che se lo farebbe fatto bastare, tuffandosi nelle acque baciate dal sole.

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