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CAMBIARE LA SCUOLA

(Parte Prima )

La scuola non ha il compito di preparare al lavoro, che costituisce solo una delle dimensioni in cui si realizza la vita umana. Tra l’altro il lavoro è destinato a una rilevante riduzione nelle nostre società, sempre più dominate dall’informatica e dai processi di automatizzazione. Tecnologie che richiederanno  sempre più intelligenza e immaginazione  per il loro impiego creativo, che non mera capacità di strumentazione tecnica. La scuola non deve fornire “competenze” per un futuro mestiere, che configuri precocemente l’individuo lavoratore, ma deve formare la personalità dei ragazzi, arricchire la loro cultura, il pensiero critico, l’attitudine alla ricerca e alla soluzione dei problemi.

(Parte Seconda )

La scuola deve  anche cercare di fare  emergere negli  allievi  che ne sono dotati, anche il loro talento manuale, la loro inclinazione al pragmatismo dei mestieri. Pensiamo che in tante abilità della nostra tradizione artigianale si trasmettano saperi che non devono andare perduti. Al tempo stesso la scuola non deve deprimere lo sviluppo della libera creatività, dei   sentimenti, della sfera complessa degli affetti. I nostri ragazzi, le nostre adolescenti non sono scatole da riempire di nozioni, sono esistenze, spesso emotivamente fragili, che l’utilitarismo sempre più spinto del pensiero unico può stritolare. Non è meno importante formare delle personalità positive e stabili che  allievi colti e preparati. La scuola deve  contribuire alla formazione di uomini e donne, non di soldatini di un esercito del lavoro.

(Parte Terza )

I ragazzi  e le ragazze si possono avvicinare al  mondo delle imprese, non per essere addestrati, ma per arricchire la loro conoscenza della vita reale, per scorgere da vicino le mirabilia della tecnologia produttiva del nostro tempo, e al tempo stesso la fatica degli uomini e delle donne che producono la ricchezza nazionale. Possono accostarsi al vasto mondo dell’artigianato per conoscere la genialità del lavoro manuale e dei mestieri e per scoprire anche proprie attitudini e vocazioni. Possono e debbono entrare nelle aziende agricole per comprendere come funziona la chimica del suolo, come il fiore degli alberi si trasforma in frutto, come il sole e l’acqua agiscono sulle piante, così da vedere ricomposti nell’unità vivente della natura i fenomeni che le discipline scolastiche dividono in chimica, botanica, fisica, ecc. E’ in questo modo che si può  fare apprendimento multidisciplare  fuori dalle aule scolastiche. Il paesaggio, le campagne, la natura, dunque, letti  come libro vivente  in cui saggiare una modalità diversa di accostarsi alle scienze, impadronendosi di un’etica nuova della conoscenza.

(Parte Quarta )

La scuola non deve diventare “adeguata alla società”, intendendo per società il mercato del lavoro e l’universo dei valori consumistici. La scuola deve diventare adeguata ai problemi del mondo complesso in cui viviamo, che non si esaurisce nella sfera della produzione, ma comprende i conflitti che lo agitano, i dilemmi di una natura gravemente vulnerata nei suoi equilibri, le disuguaglianze che lacerano le società umane. La scuola deve diventare adeguata ai saperi umanistici e scientifici che la ricerca più avanzata mette continuamente a disposizione delle istituzioni formative. Essa deve appropriarsi della visione olistica con cui i saperi scientifici, superando le tradizionali divisioni disciplinari, guardano oggi al nostro pianeta: come un tutto unificato da relazioni complesse e spesso invisibili. Occorre ridare unità al sapere e incoraggiamento all’insegnamento di tale sapere.

(Parte Quinta )

La scuola, come vuole la nostra Costituzione, costituisce un fondamento imprescindibile della mobilità sociale. Essa deve essere dunque pensata come strumento per fornire pari opportunità a tutti i ragazzi e ragazze, indipendentemente dalle loro provenienze familiari. Per questa ragione essa ha bisogno di risorse supplementari per intervenire sul proprio territorio, ridurre la dispersione scolastica, combattere la tendenza che la marginalità sociale ha di trasformarsi in marginalità culturale.

La scuola non può essere pensata fuori dal territorio in cui vive, anche perché dentro di essa precipitano i problemi sociali del nostro tempo. Le grandi migrazioni in atto sconvolgono tutto il nostro quadro sociale. Sempre più nuove culture e saperi e tradizioni di altri popoli si incontrano con la cultura occidentale.La scuola deve dunque essere messa in condizione di accettare le sfide inedite che le si presentano, aprendosi al dialogo interculturale, creando le basi di un nuovo cosmopolitismo, senza il quale il mondo diventerà una Babele ingovernabile, lacerata da guerre e conflitti.

(Parte Sesta)

Le riforme degli ultimi 20 anni, ispirate al compito di piegare gli istituti della formazione alle necessità immediate delle imprese, ha creato dentro la scuola, così come dentro l’università, un’ossessione normativa, un’ansia di controllo dei risultati, che sta soffocando la libertà dell’insegnamento, sta piegando il pensiero umano sotto il calco unidimensionale della prestazione efficiente. Occorre un’opera radicale di smantellamento e di delegificazione, che liberi   la figura dell’insegnante dagli infiniti obblighi di rendicontazione che oggi l’opprimono, che gli restituiscano il tempo per lo studio, per l’insegnamento, per il dialogo con i ragazzi. Una scuola assillata dagli obblighi dei risultati si trasforma in una macchina burocratica che uccide ogni creatività. Creatività: la più rara materia prima per costruire un degno avvenire.Occorre infine comprendere che i dispositivi elettronici e gli apparati digitali che gli attuali legislatori spacciano quale frontiera dell’innovazione culturale e didattica, sono in realtà pura strumentazione tecnologica, che rimane vuota senza i contenuti,   gli interrogativi  fecondanti del sapere. Essa è un mezzo, per quanto utile e importante, non il fine e non può surrogare lo studio, la riflessione, il dialogo.

(Parte Settima)

Occorre una decisa politica d’investimento, indispensabile per mettere davvero al centro la scuola e la ricerca, per invertire la rotta di marginalizzazione del Paese e di esclusione di strati sociali e aree geografiche drammaticamente sempre più estese. Occorre liberare gli istituti scolastici da compiti impropri e gli studenti dall’attuale saturazione dei tempi, mettendoli nella condizione di sperimentare che il tempo dell’apprendere, del creare e dell’immaginare, della meditazione interiore, della consapevolezza di sé, è un tempo disteso, non quello soffocato delle mille cose mordi e fuggi, dei mille addestramenti, dei cento attestati. Tale restituzione alla scuola dei suoi compiti più propri deve ridare all’insegnante una dignità ormai compromessa: dignità nella costruzione di un sapere che docenti e studenti realizzano insieme, in una relazione umana reale, dialogica, con un impegnativo lavoro quotidiano. Perché lo studio è lavoro. La dignità dell’insegnante si realizza anche potenziando la sua cultura e la sua formazione, fornendo a questa figura l’opportunità di un aggiornamento continuo, grazie a un rapporto  costante con le nostre università, alla possibilità di usufruire di periodi sabbatici di studio e di frequentazione di corsi, tirocini, lezioni.

(Parte Ottava)

Occorre bandire l’ideologia meritocratica, (che non significa disconoscere il merito), pensata per fabbricare l’individuo competitivo. La nostra società è già divorata da un agonismo economico sempre più spinto, oltre il quale c’è il conflitto armato. Noi dobbiamo realizzare nella scuola la cooperazione educativa, insegnare ai ragazzi la capacità di lavorare insieme, di riconoscere la cultura  e la dignità dell’altro, di costruire già nella scuola la società solidale di cui l’umanità ha una drammatica esigenza. Noi non abbiamo bisogno di sempre più merci e sempre più a buon mercato, di beni che ormai saturano gli spazi quotidiani, non dobbiamo soddisfare bisogni  sempre più indotti e superflui. La nostra necessità, oggi e per il prossimo futuro, è una società cooperativa e concorde, che si prenda cura delle risorse naturali minacciate da una predazione insensata e da una popolazione planetaria crescente. Senza un profondo mutamento dei paradigmi educativi, che guardino alla Natura come un bene comune da preservare, all’umanità come una sola famiglia con pari diritti, l’avvenire probabile sarà una guerra distruttiva di tutti contro tutti. <<Può darsi – ha ammonito George Steiner – che tuttto finisca in un massacro>>.

(Parte Nona)

La scuola va cambiata   nei suoi contenuti, ma anche nelle sue strutture e nella sua organizzazione interna.E’ necessario un piano straordinario e immediato di messa in sicurezza e adeguamento degli edifici scolastici spesso vecchi, pericolanti, dotati di servizi inadeguati. E’ opportuna la stabilizzazione del personale precario della scuola con almeno 36 mesi di servizio con procedura speciale. Occorre eliminare   le classi pollaio (non oltre 20 alunni per classe) con  conseguente aumento del personale docente e tecnico-amministrativo, che preveda anche la presenza del medico e psicologo scolastico. Rivendichiamo una Scuola dell’infanzia comunale o statale garantita a tutti a partire da 3 anni, e la costruzione di asili nido pubblici in tutto il paese.Fine dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria.Abolizione della riforma della “Buona scuola”, cancellazione della riforma Bianchi per ill reclutamento del personale docente.Libri gratis alle medie e alle superiori. Mezzi pubblici gratis fino a 18 anni. Cinema e teatro gratis fino a 18 anni.

PRESENTAZIONE AUTORE

Pietro (detto Piero) Bevilacqua è nato a Catanzaro l’1 giugno 1944 e vive a Roma. Si è laureato all’Università La Sapienza con Alberto Asor Rosa, correlatore Renzo De felice. Ha partecipato alla lotta politica sin da ragazzo, per rivendicare l’Università in Calabria, per il superamento delle gabbie salariali nei contratti di lavoro, e poi prendendo parte al movimento studentesco dell’Università di Roma. In questa fase ha collaborato alle riviste <<Contropiano>> e << Laboratorio Politico>>.In seguito ha avviato il suo lungo percorso di storico, studiando il mondo delle campagne calabresi e meridionali, collaborando a riviste italiane e straniere, partecipando a convegni internazionali. In questa fase ha curato, insieme ad A.Placanica, La Calabria, per la storia delle regioni Einaudi, e scritto la Breve storia dell’Italia meridionale (1993), ancora oggi adottata nei corsi universitari. Si è interessato di storia dell’agricoltura, curando una Storia dell’agricoltura italiana in 3 voll per Marsilio, passando poi a studiare la storia dell’ambiente, pubblicando saggi e volumi fra cui Venezia e le acque, per Donzelli, tradotto in Germania, Francia, Giappone e Stati Uniti. Nel 1986 insieme a Carmine Donzelli, Augusto Placanica, Salvatore Lupo e altri studiosi ha fondato l’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali (IMES) di cui è formalmente il presidente, e la rivista <<Meridiana>>, di cui è stato direttore fino al 2004. Con l’IMES, che ha coinvolto in convegni e ricerche centinaia di studiosi italiani e stranieri, e con i circa 40 volumi di << Meridiana>>, è stata realizzata, nel corso di oltre 15 anni, una vasta opera di rinnovamento della storia e dell’interpretazione della realtà meridionale.

Dai primi anni 2000 ha collaborato con Carlo Petrini, Vandana Shiva, Massimo Montanari, e altri studiosi alla fondazione dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo e al progetto di Slow Food di una Facoltà di agroecologia. Da anni partecipa ai seminari di Navdanya International, coordinati da Vandana Shiva, per lo studio dell’agricoltura, del cibo e dell’ambiente.

Ha insegnato nell’Università di Salerno, di Bari, di Pollenzo, della Sapienza di Roma. Ha tenuto lezioni, seminari, convegni all’ Università Autonoma di Barcellona, all’Università di Granada, di Cordoba, all’Istituto universitario Ortega Y Gasset di Oviedo, all’University College di Londra, alla Humboldt Universität di Berlino, alla Casa Italiana della Cultura di Dresda e di Vienna, alla Columbia University di New York, all’Università di Tokyo, Hiroschima e Kobe in Giappone. E’ stato membro del Comitato scientifico del Réseau National des Maisons des Sciences de l’Homme di Parigi.

Dal 2014 è in pensione dalla Sapienza, ha pubblicato vari libri di storia dell’ambiente e di saggistica politica con Laterza, un testo su Pasolini. L’insensata modernità, Jaca Book, per una collana diretta da Serge Latouche, varie opere, come Ecologia del tempo e poi romanzi, racconti, testi teatrali con Castelvecchi. Negli ultimi 16 anni, ha collaborato al Manifesto, scrive su Left.

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