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Red Bernardi era un pugile, e Red era il suo vero nome. Un brutto scherzo della madre, ammiratrice sfegatata – ma non abbastanza da sapere che si trattasse di un nome d’arte – di Red Canzian, quello dei Pooh. Al ritorno dall’anagrafe il padre di Red pestò per bene la moglie, ma ormai era fatta. 

Parecchi anni dopo Red faceva il buttafuori, a tarda sera, e l’uomo di fatica ai mercati generali, dritto fino all’alba. Di giorno dormiva. Era un pugile pomeridiano. 

Era stato un buon peso medio, da giovane due volte Campione Nazionale. A ventiquattro anni s’era giocato anche la cintura Europea, ma era uscito a pezzi dal ring. Da allora era andato giù qualche volta, altre aveva vinto, ma non aveva pensato che alla borsa. Sapeva di dover mettere qualcosa da parte per la vecchiaia, ma lo stesso non gli era riuscito. 

A trentasei anni suonati si campava a fatica, ma non rinunciava mai ad allenarsi con metodo. Boxare gli piaceva, e i chili presi in dodici anni l’avevano trasformato in un mediomassimo piuttosto agile. 

Nei fine settimana andava in giro in tutta Italia a farsi mettere al tappeto dai giovani emergenti per una busta sottile di banconote. 

E aveva appunto trentasei anni fatti quando ricevette una chiamata di quelle che cambiano la vita. 

“Red, sono Don.” 

“Don, vecchio bastardo. Di solito ti fai sentire solo per darmi brutte notizie.” 

“Stavolta è diverso Red.” 

“Spara.”

“Sei pronto?” 

“Sì, dimmi.” 

“Intendo: sei pronto per combattere? Sei in forma?”

“Don, non serve ad un cazzo che sia in forma. Devo andare giù quando me lo dite voi e per farlo non c’è bisogno di essere in forma.” 

“Ti ho detto che stavolta è diverso, Red. Devi essere bello. Sembrare una bestia. Durare cinque round almeno.”

“Sai che fatica, Don. L’ultima volta sono durato otto a prendere carezze da quel ragazzotto di Milano. Aveva mani come piume ed è stata dura arrivare ad otto perché mi stavo addormentando. Cinque riprese? È fatta. Dimmi dove e soprattutto… Quanto.” 

“Un milione. Red, combatti per il titolo.” 

“Piantala di dir cazzate Don. E piantala anche di pretendere di esser chiamato Don, che sei ridicolo.” 

“E tu che ti chiami Red?” 

“Mi c’ha chiamato mia madre, a me. Ma a te no. Tu sei Daniele.” 

“Ok, lasciamo perdere. Ascolta, non dico cazzate Red. Ti vogliono come sfidante di Patrick Keane, il Campione Europeo.” 

“Oh merda.” 

“Hai detto bene Red. Cinque riprese. Devi stare su cinque riprese almeno.” 

“Non è semplice. Quello ha pugni pesanti, cazzo. Quando ha vinto il titolo ha steso il tedesco con un solo montante.”

“Cinque riprese Red. E non dovrai più scaricare frutta ai mercati generali.” 

“Quando?”

“Un mese, a Dublino.” 

“Ma perché proprio io?” 

“Vogliono vendere il match anche in America, strizzano l’occhio alle comunità irlandesi e italiane. Ormai agli americani fa schifo la boxe. A noi che ci frega? A noi interessa che ci sei tu.” 

“Ma ho trentasei anni, non capisco.” 

“Ascolta Red, non fare l’ingenuo. Hanno scelto te perché devi perdere. Hai un bel passato, in Europa qualcuno si ricorda ancora dell’incontro per il titolo… Cazzo è stata una battaglia quella. Gli organizzatori sanno che sei affidabile. Se devi andare giù, lo farai. Senti, te lo dico sinceramente. Keane è a pezzi, flaccido e lento. Non fa altro che bere Guinness e scopare qualunque cosa gli capiti a tiro. I suoi mi dicono che non vincerebbe contro un bambino di dieci anni. Ma non ha concesso sfide per il titolo per troppo tempo, e la Federazione gli ha imposto di metterlo in palio. Ovviamente non lo vuole perdere. Per cui deve sembrare tutto vero. Cinque riprese e cambi vita. Ci conto?” 

“Capito, Don. Contaci. E grazie.” 

Don riagganciò. 

Red si rese conto che era una di quelle proposte che non si possono rifiutare. 

Si rese anche conto che avrebbe combattuto per il titolo, ma che stavolta non avrebbe perso il sonno per le settimane precedenti il match, come aveva fatto a ventiquattro anni, sognando la vittoria. Stavolta non aveva nulla da sognare, se non i soldi. 

Red si mise la borsa in spalla e uscì per andare in palestra. Era deciso a non dire a nessuno del match. Potevano solo rompergli le palle, o chiedergli un prestito. Sapeva come andavano certe cose. E sapeva anche allenarsi da solo, come faceva da anni. 

Appena entrato in palestra sentì subito l’odore di sudore stantio e di crema per il riscaldamento. Gli piaceva ancora. Ma sentì anche un grande silenzio. Tutti s’erano fermati, e voltati verso di lui. Lo guardarono con un misto di ammirazione e di invidia. 

Capì che era fottuto: la notizia era stata più veloce. Franco, il proprietario della palestra, piantò un novellino e gli si fece incontro. Lo guardò con serietà studiata, e gli dette una manata leggera sul petto, proprio sopra al cuore. “Red. Se hai bisogno sai che sono qui.” 

Red lo odiava. Andava in quella palestra solo da quando s’era deciso a fare il-pugile-che-va-al-tappeto-per-soldi e solamente perché era la più economica della città. Ma Franco non valeva nulla, e di pugilato non capiva un cazzo. 

Così lo ignorò e si avviò al suo angolino, dove prese a saltare un po’ la corda. Lentamente, tutti si rimisero a far le proprie cose. 

Red passò alla pera, alternando colpi lenti a colpi veloci. Era distratto, non riusciva a concentrarsi. Avrebbe combattuto per il titolo, cazzo. Ma non era la cosa giusta da pensare. Doveva pensare a restare in piedi cinque riprese, a scambiare un po’ di bei colpi con Keane, poi a sdraiarsi al tappeto con molto realismo. E ad incassare. Soprattutto ad incassare. Mentre continuava a colpire la pera, cominciò a sentirsi osservato: qualcosa gli pizzicava in mezzo alle scapole. Fermò il piccolo sacco e si girò di scatto. 

C’era un ragazzino, Enzo, lo conosceva.

La prima cosa che pensò è che doveva avere una decina d’anni, e anche lui avrebbe potuto battere Keane, stando a quel che diceva Don. 

“Ciao Enzo, tutto ok?” 

“È vero che combatterai per il titolo, Red?” 

“Sì, è vero.” 

“E vinci?” 

Red rise. Ma era un sorriso triste. Al ragazzino voleva farlo sembrare solo il ghigno di chi ha la sola certezza che prenderà un sacco di botte. 

“Non lo so Enzo, non lo so” – disse, toccandogli una spalla col guantone – “Vedi, quello è il Campione. Picchia forte. Penso abbia perso una sola volta.” 

“Due.” 

“Ah, ti sei già informato?” 

“Ho guardato su Internet. Su Internet dicono che sia fuori forma, che faccia tardi la notte e beva molto.” 

Red alzò le spalle. 

“Internet non è la Bibbia. Girano un sacco di cazzate. Io so solo che lui è il Campione, e io devo allenarmi al massimo.”

“Certo Red, scusa. È che… Che voglio che tu vinci, ecco. Vinci per noi Red.” 

A Red non rimase una sola goccia di saliva in bocca. Gli fece un cenno con la testa e si girò verso la pera. Finse di aggiustarsi i guantoni, strizzò gli occhi umidi e riprese a boxare piano. Sentì il ragazzino allontanarsi. Gli piaceva, Enzo, e gli piacevano tutti quei ragazzini che andavano in palestra per non finire in brutti giri. Quelli che avevano fretta di arrivare a quattordici anni non per avere il motorino, ma per poter boxare coi grandi. Quelli che non volevano avere una vita di merda, e per farcela non cercavano scorciatoie.

Red pensò ancora che entro un mese avrebbe combattuto per il titolo. Quel pensiero lo disturbava. In palestra era impossibile concentrarsi. Decise di andare a correre fuori. Si cambiò le scarpe, infilò una giacca e uscì in strada, dove il sole stava già lasciando spazio alla sera. Una mezz’oretta, non di più, prima di farsi la doccia e andare al pub a fare il buttafuori. Cinque riprese e non avrebbe dovuto pensarci più. Al pub ci sarebbe andato per bere, non per lavorare. 

Nei giorni seguenti la notizia che avrebbe combattuto per il titolo cominciò a circolare anche fuori dall’ambiente. Per strada lo riconoscevano tutti: era un figlio del quartiere. Quel nome, Red, era tornato a circolare sulle labbra di tanti che lo pronunciavano con orgoglio. C’era la coda a dire ‘io l’ho visto crescere’. 

A Red tutta quell’attenzione non piaceva. Stavolta no. A ventiquattro anni sì, lo ricordava. Allora si sentiva il Re della città, nei mesi precedenti la sfida per il titolo. La sconfitta non aveva cambiato nulla, era stato un gran combattimento e tutti avevano visto che leone fosse il loro ragazzo.

Ma stavolta no. 

Stavolta Red sapeva che li avrebbe delusi. Sapeva di dover recitare, e si sarebbe vergognato. 

Si stava già vergognando. 

Quelli a guardarlo con maggior interesse erano gli uomini che vivevano fuori dalle sale scommesse. Li aveva sempre visti fuori, raramente dentro. Forse perché dentro ci andavano a giocare i pivelli. Le scommesse vere si facevano fuori. Il Gobbo gli andò a parlare. Il Gobbo non si chiamava così perché fosse curvo, ma perché suggeriva agli altri cosa dovessero dire. E fare. Era saggio seguire i suoi suggerimenti. 

Red lo sapeva, e non gli piaceva. 

“Red, tutti crediamo in te. Non ci deludere.” 

“Grazie. Non vi deluderò. Ora, anzi, vado ad allenarmi.”

“Cos’è tutta questa fretta” disse il Gobbo, spingendo un braccio fin sulle spalle di Red. Il Gobbo era basso. “Dicci almeno come stai, Red.”

“Bene, sto bene.” 

“Bene, tipo che vincerai?” 

“Bene, tipo che… Che ci proverò. Ma non sarà facile.”

“Ah, non sarà facile. Ho capito. Bene. Dodici riprese sono tante, eh? Non finisce mai un match per il titolo.”

“Sì, sono lunghe.” 

“Ma anche otto sono molte.” 

“Sì, anche otto sono dure da tenere.” 

“Sei, invece, sei si tengono.” 

“Eh, di solito sei si fanno bene.” 

“Ma stavolta…” cominciò il Gobbo.

“… Ma stavolta è dura. È il Campione quello. Anche arrivare a sei è dura.” 

“Magari ci accontentiamo anche di qualcosa meno, eh, Red?”

“Può essere, sì. Chissà, può essere. Qualcosa meno.”

“Ho capito, Red. Roger. Non ci deludere.” 

“No, Gobbo, non vi deluderò.” 

“Sei un bravo figliolo, Red.”

“Grazie. Posso andare in palestra ora?” 

“Ma certo, Red, certo. Ci vediamo a Dublino.” 

“Vieni anche tu?” 

“Credo di sì, Red. Sarò lì con alcuni amici. Chissà che alla fine non ti si faccia un regalino. Se tu ci regali un buon match… Chissà.” 

Red si allontanò. Era completamente madido di sudore. Ora aveva addosso anche quelli. 

Arrivò in palestra e la prima persona che vide fu Enzo. “Hai corso, Red?” 

Red gli sorrise, stanco. 

“Sì, ho corso. Tu ti sei allenato come si deve?”

“Sì Red, alla grande. Come fai tu.”

“Bravo Enzino” disse il pugile, stringendogli amichevolmente la base del collo e assestandogli un colpetto.

“Da grande voglio essere come te, Red.” 

Red sbiancò. Stiracchiò ancora un sorriso. 

“Non sono perfetto, Enzo.” 

“Non importa. Sei un grande pugile. E vincerai.”

“Potrei non vincere Enzo. Potrei perdere. Potrebbe mettermi KO.”

“Ma tu ti impegni tanto, Red. Te lo meriti più di tutti.”

“Ti ringrazio. Ma potrebbe non bastare.” 

“Ma non è giusto!” sbottò il ragazzo. 

“La vita non è giusta, Enzo. Ricordalo” disse Red – prima di aggiungere, fra sé e sé, infilandosi nella porta: “La vita è una merda.”

Colpì il sacco furiosamente per tutto il tempo dell’allenamento, fino a farsi cadere le braccia. Si fece la doccia, andò al pub e annunciò al proprietario che non avrebbe più lavorato lì.

Era tempo di andare a Dublino. 

***

A metà della terza ripresa Red doveva ancora riscaldarsi. Keane era più flaccido di quanto avessero detto. Colpiva molle, non faceva male. Era lento, prevedibile. Red era in forma, avrebbe potuto stenderlo. 

E cominciò a pensarci. 

Cominciò a pensare che aveva la possibilità di vincere il titolo. Di realizzare il sogno dal quale dodici anni prima aveva dovuto svegliarsi. 

Campione. 

Sarebbe stato per sempre un Campione. S’immaginò nei salotti della televisione, da vecchio, a commentare i match. S’immaginò intervistato da giornali e tv per settimane. Sognò quanto dovesse essere piacevole il peso di quella cintura. 

Arrivò anche il gong della terza ripresa. Red era stato attento ad incassare qualche colpo, e rifilarne anche alcuni discreti. Erano state tre riprese che gli esperti avrebbero definito ‘interlocutorie’. 

Seduto sullo sgabellino al proprio angolo, Red si guardò attorno. Non faceva caso alla spugna che il massaggiatore gli passava sulla testa. In prima fila scorse il ghigno del Gobbo. Era venuto sul serio, alla fine. Quei tizi abbigliati in maniera tutt’altro che sobria al suo fianco dovevano essere gli amici. Stavano sorridendo in direzione di Red. 

Il pugile si preoccupò.

Dietro le corde Don continuava a dirgli che andava tutto bene, che mancavano solo due riprese, di non fare cazzate e di pensare ad un futuro sereno. 

Red cominciò la quarta ripresa distratto, e incassò un montante. Ai tempi d’oro di Keane, quello avrebbe significato un KO. Red invece lo sentì ben bene sulla mandibola, ma nemmeno gli si piegarono le gambe. 

In quel momento Red capì che avrebbe davvero potuto vincere il match e laurearsi Campione. 

Chiuse l’avversario all’angolo e prese a colpirlo ai fianchi nel corpo a corpo. L’irlandese a malapena reagiva. Red pensava ad Enzino. Pensava a quanto sarebbe stato contento di vederlo entrare in palestra con la grossa cintura di Campione in vita. Pensò anche a quanto al ragazzo sarebbe piaciuto indossarla, per gioco. 

Arrivò la campana che Red stava ancora pensando a cosa avrebbe detto alla televisione, nella prima intervista dopo il match. 

“Che cazzo fai?” gli urlò nell’orecchio Don.

“Si può sapere che cazzo stai combinando Red? Hai voluto recitare per bene? Ecco, ci sei riuscito. La gente s’è divertita, siamo a posto. Alla prossima volta che ti tocca in faccia finisci lungo disteso, e non ti rialzi fino a che non smontano il ring, intesi?”

Red nemmeno guardò il manager. 

“Red, non fare cazzate. So a cosa stai pensando. Ecco, non ci pensare. Se vai giù adesso, con la borsa che ti danno campi alla grande tutta la vita. Se fai la cazzata invece non so quanto ti rimanga da stare al mondo. Capito?”

Dal suo angolo, Red guardò verso il Gobbo e i suoi amici. Non gli sorridevano più. 

Cominciò la quinta ripresa. 

Al primo jab di Keane, Red diede seguito alla sua decisione dell’ultimo momento e finì a terra con un tuffo. Mentre volava giù, pensava ad Enzo. Il ragazzo avrebbe dovuto ringraziarlo per la lezione che gli stava dando. “La vita è una merda, Enzo. Abituati e non resterai deluso”.

PRESENTAZIONE AUTORE

Alessandro Marchi

Nato a Bologna, vivo a Bruxelles.

Dal 1999, prima ancora della Laurea in Storia Contemporanea, ho iniziato a lavorare nella carta stampata. Da lì mi sono impantanato nel mondo della comunicazione, dal quale non sono ancora uscito.

Ho vissuto in Spagna e a Roma, il che voglio credere abbia arricchito di suggestioni le atmosfere delle mie storie. Grazie a loro mi sono ritrovato a bere Borghetti su un divano cacciato in strada con gli ultras del Foggia o davanti ai ruderi della casa dei miei nonni lungo la Linea Gotica.

Contrario alle scorciatoie fino all’autolesionismo, cocciuto, poco diplomatico, ciclista urbano, fondatore di Bologna30, continuo a pensarmi giovane a dispetto della carta d’identità.

Non ho idea di come si faccia una breve biografia brillante.

Scrivere però mi fa stare bene, e questo basta e avanza.

 

www.alessandromarchi.eu

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